Sergio Atzeni non era poi tanto diverso da Tullio Saba, il figlio di Bakunin personaggio di una delle sue storie. Non era tanto diverso almeno in funzione del ricordo che ne ha la gente, da chi ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente a chi lo ha conosciuto e vissuto attraverso i suoi racconti, i suoi articoli e i suoi romanzi. Ognuno conserva in se il suo Sergio Atzeni. La sua vicenda umana ed editoriale di certo non è passata inosservata e alla stregua di Tullio Saba non era “un tipo anonimo, di quelli che ti passano davanti e neppure li vedi”. Provate, come accade nel romanzo, ad andare di porta in porta, di cuore in cuore, di memoria in memoria e tutti avranno qualcosa da dirvi. “Voci che si sovrappongono, che si respingono che giocano a ricordare come più gli aggrada” e avrete lo scrittore, il giornalista, il romanziere, il traduttore, l’autore teatrale, il critico letterario, l’attento e lucido osservatore della realtà, il sognatore anarchico, comunista, sardista, indipendentista, il convertito al Vangelo, il cagliaritano, il sardo, l’italiano, l’europeo, il custode del tempo vissuto e di quello sognato. Ognuno vi restituirà il suo Sergio Atzeni e ognuno lo farà in maniera diversa.
Sono talmente tanti i colori che ha lasciato sparsi fra le sue parole che nessuna biografia renderà mai giustizia alle moltitudini dei suoi variegati mondi, come nessuno riuscirà a rinchiuderlo in una categoria, in un recinto ben definito, è semplicemente inclassificabile.
Aveva, come spesso è stato scritto, l’urgenza di scrivere Sergio Atzeni, di comunicare, di osservare, vedere in fondo, oltre, dove gli altri brancolavano e di restituire a chi leggeva una visione diversa e questo forse emergeva anche nei suoi articoli. Spesso lo dimentichiamo ma l’Atzeni giornalista correva sullo stesso binario del romanziere e leggere la periferia raccontata nei quotidiani, quella di Is Mirrionis e San Michele che conosceva molto bene per averla vissuta in prima persona, non è molto diverso da leggere ‘Bellas Mariposas’.
Ma il suo sguardo andava ben oltre le mura e i sogni della sua città bianca, scrivendo di identità, lingua, balentes e tirando le orecchie ai suoi conterranei “zuppi di orgoglio” ma capaci, contemporanemente, di ammazzare il proprio vicino per questioni di “pascolo, di donne, di soldi o di ragioni”, proprio come quelli che passavano sulla terra leggeri (leggi l’articolo di Franco Casula) e che si uccidevano l’un l’altro per questioni irrilevanti. Quanta realtà nei suoi romanzi, quanta arte nei suoi articoli e quante storie suonate al pianoforte, comprese quelle stonate, inventate, sulle quali si basano tanti stereotipi sull’isola ancora oggi duri a morire (qui Mattia Lasio ci parla della sua opera postuma “Raccontar fole”). Tutto quello che finiva nei suoi libri e nei suoi racconti era già stato scandagliato, osservato al microscopio, analizzato da angolature diverse, che si tratasse di pastori, briganti, guerriglieri, fumetti, musica o del “vento che inaridiva le coscienze degli uomini” poco cambiava, rivestiva di eleganza la sua esperienza di vita, di lettore e osservatore insaziabile e la traduceva in arte letteraria.

Sergio Atzeni era come il figlio di Bakunin, dicevamo, – chissà se poi lo sapeva che il vero figlio di Bakunin, Carlo, truffatore, finto suicida, giocatore d’azzardo e avventuriero, aveva avuto stretti rapporti con la Sardegna sposando la bosana Maria Canetto, della quale dilapidò il cospicuo patrimonio, prima di abbandonare moglie e prole e girovagare per l’Europa in fuga dai creditori – un poco anche per indole e un poco perchè alla fine le persone refrattarie e gli anarchici, ribelli, sognatori e anche contradditori, gli andavano a genio anche se spesso venivano dimenticati, come Giovanni Cuccu o Michele Schirru, dai loro conterranei.
Sergio ormai non c’è più. Trent’anni fa il mare carlofortino incattivito dal libeccio lo ha strappato alla vita e a un futuro che finalmente sembrava volesse soddisfare le sue ambizioni e i suoi sogni. Sergio Atzeni c’era e non c’è più, come Tullio Saba e come, prima o poi, succede a tutti, “ma non tutti possono dire di aver lasciato un segno, pooco importa quale sia la verità“.
Nel trentennale della sua scomparsa anche la “città bianca” ha deciso di omaggiarlo. Il 6 settembre dalle 19, il Comune di Cagliari grazie al sostegno della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna lo ricorderà con una cerimonia intitolandogli il Piccolo Auditorium di piazzetta Dettori e restituendo ad Atzeni uno spazio posto a metà strada fra la via Principe Amedeo e l’ex liceo classico dove visse e studiò un giovane che Sergio conosceva molto bene. Si chiamava Antonio Gramsci.
In copertina un fotogramma di ‘Il figlio di Bakunin’ il film del 1997 diretto da Gianfranco Cabiddu ispirato all’omonimo romanzo di Sergio Atzeni










