Alcuni luoghi sembrano affascinare chi li visita più di altri. Questo fattore, non necessariamente, è un bene però: infatti, non di rado, capita che l’immagine emersa dalle descrizioni fatte sia inesatta o, peggio ancora, del tutto fuorviante e offensiva. La Sardegna, suo malgrado, sin dal principio è tristemente interessata da questo modus operandi che riduce a mero folklore e a luculliane pietanze tipiche una terra, in realtà, ben oltre questi aspetti e per nulla legata alle narrazioni mitiche affibbiatele nel corso degli anni. Sergio Atzeni con la sua opera postuma uscita per Sellerio nel 1999 ‘’Raccontar fole’’, a cura di Paola Mazzarelli, sembra rimarcare proprio questo e, soprattutto, sembra voglia con arguzia e garbata polemica tirare le orecchie a quanti si fanno abbindolare da quanto viene detto sull’isola da chi non è in grado di coglierne la reale bellezza. Nelle 132 pagine dell’opera, scritta tra il 1988 e il 1989 e pubblicata il 21 maggio del 1999 a quasi quattro anni dalla prematura scomparsa di Atzeni, lo scrittore che meglio ha espresso l’essenza di Cagliari elenca una serie di dicerie e inesattezze sulla Sardegna datate tra il Settecento e l’Ottocento frutto della fantasia a tratti perversa e spocchiosa di chi ha avuto occasione di visitarla. Inesattezze di cui Atzeni mostra l’infondatezza e che riguardano svariate tematiche affrontate in dodici capitoli che costituiscono il saggio ovvero: introduzione generale, clima, territorio malattie, flora, fauna, caccia, pesca e cucina, le case e le strade, gli uomini e i loro abiti, classi sociali, superstizioni, industria, l’amore, la morte, la festa, i banditi e per finire le conclusioni.
Chi è abituato alla poeticità e alla capacità evocativa della prosa dell’autore di romanzi iconici quali ”Il quinto passo è l’addio” qui troverà altri due aspetti centrali della sua scrittura: il rigore del cronista e l’analisi attenta e dettagliata del materiale raccolto che sta alla base di ogni buona inchiesta. E se al ruolo di cronista si fa riferimento, salta subito all’occhio la piena padronanza della professione giornalistica da parte di Atzeni, cominciata nel 1966 sulle colonne di Rinascita Sarda sotto l’attenta guida di Giuseppe Podda e proseguita sino al 1995 tramite le collaborazioni con testate come Altair, di cui fu anche direttore responsabile, Il Giornale, Il Giorno, Il Cagliaritano, Ippografo, Linus, Linea d’ombra, Il Lunedì della Sardegna, Il Messaggero Sardo, Nuove Pagine, La Nuova Sardegna, Paese Sera, Rinascita Sarda, TC/Telecomando, Tuttoquotidiano, l’Unità e L’Unione Sarda.
Il momento in cui Atzeni lavora a ‘’Raccontar fole’’ è sicuramente tra i più significativi della sua attività. Ha da un paio di anni abbandonato la Sardegna per trovare approdo a Torino, è reduce dalla pubblicazione del racconto ‘’Araj Dimoniu’’ nel 1984 e del suo primo libro ‘’L’Apologo del giudice bandito’’ del 1986, lavori preceduti da ‘’Quel maggio 1906-Ballata per una rivolta cagliaritana’’ del 1977 e da ‘’Fiabe sarde’’ insieme alla moglie Rossana Copez del 1978. A tutto questo, proprio nel 1989, si affianca anche l’attività di traduttore con le opere ‘’Io in cima al Monte Bianco’’ di Henriette d’Angeville e ‘’L’impero dell’effimero’’ di Gilles Lipovetsky’’. Quello di ”Raccontar fole” è un lavoro, come testimonia la lettera inviata all’allora direttore dell’Unione Sarda Massimo Loche, presentato con queste parole: “Costruito usando soltanto scrittori non sardi perché l’occhio esterno vede con più freddezza, con meno affetto…naturalmente, quando gli stranieri hanno raccontato fole, ho cercato di smontarle”.
Il contesto storico in cui Atzeni si muove è quello della fase finale della presidenza della regione del sardista Mario Melis e della prima elezione del democristiano Mario Floris che, come i più attenti noteranno, svolgerà il suo secondo mandato nel 1999 anno della pubblicazione dell’opera postuma di Atzeni, nel corso della tormentata XII legislatura in cui si sono succeduti ben cinque governatori di cui tre solamente nel 1999. Politica accantonata, il 1988 – istante in cui Atzeni comincia il suo lavoro di ricerca, elencazione e smontaggio delle cosiddette ‘’fole’’ – è anche l’anno in cui arriva sulla panchina del Cagliari Calcio ‘’Sir’’ Claudio Ranieri che guiderà i rossoblù alla promozione dalla serie C1 alla serie B oltre che alla vittoria della Coppa Italia Serie C.
Premesse e curiosità messe da parte, entrando nel dettaglio dell’opera si comprende appieno la sua essenza e si colgono alcune tra le più singolari e sciocche teorie espresse sulla Sardegna che Sergio Atzeni riporta con attenzione senza tralasciare nulla; c’è chi come Heinrich Von Maltzan, barone di Dresda, definisce la maggior parte degli alberi sardi storpi e bassi, chi come il signor Gustave Jourdan informa i suoi connazionali francesi del fatto che l’acqua potabile a Cagliari fosse rara e pessima, chi come il cappellano militare Joseph Fuos – vissuto nell’Isola tra il 1773 e il 1777 e più volte citato da Atzeni nel corso del libro – parla di un’erba del riso sardonico mai esistita in realtà e di mufloni putrefatti. Le fandonie sull’isola non terminano certo qui e a ricordarlo ci pensa l’avvocato londinese John Warre Tyndale che pubblica a Londra nel 1849 un libro in cui definisce la costa isolana come “incolta o coperta di serpolino”. A rincarare la dose si trova, a pagina 32, ancora il francese Gustave Jourdan che descrive l’agricoltura in Sardegna come “molto più arretrata di quanto si potrebbe credere”, aggiungendo – con una certa punta di cattiveria – che “l’ignoranza e la pigrizia del contadino sardo ostacolano ogni progresso dell’agricoltura”. Se, come recita il detto, non c’è limite al peggio a ricordarlo c’è il padre gesuita Antonio Bresciani, proveniente dalle vallate sudtirolesi, che sulle pecore – di indubbia importanza per l’economia sarda –si esprime in termini non proprio lusinghieri: “le lane e i velli non sono morbidi ma arruffati e aspri al tatto e sentono più la setola e i crini che altro”.
Il Bresciani non esaurisce però qui le sue teorie e si diverte a definire i cavalli sardi come “cavallucci piccoletti, rubizzi e pepati”. Anche nel capitolo riservato al cibo è possibile cogliere imprecisioni che lasciano, letteralmente a bocca aperta: stavolta, a opera di William Henry Smith capitano della Regia Marina Britannica che scrive: “nel tagliare la carne i paesani hanno lo sgarbato e disgustoso modo di tenerla fra i denti e per dividerla di usare il coltello con direzione dalla bocca verso l’esterno”. In tutto ciò, azzarda anche una similitudine tra i sardi e gli indiani d’America, forse per rendere il tutto ancora più esotico e grottesco. E per ciò che concerne le case e le strade invece? I risultati sono pressoché simili con un Gustave Jourdan particolarmente inviperito: “Il viaggiatore si sente rivoltare lo stomaco, prova l’invincibile desiderio di riguadagnare la campagna”.
Peggio ancora accade nel momento in cui Joseph Fuos rivolge il proprio sguardo agli uomini sardi definendo “il sesso maschile per lo più basso e tarchiato ed ha un colorito giallo-marrone”, avanzando inoltre una singolare annotazione sui contadini i quali, citando le sue parole, “portano anche lunghe barbe, e si dice che così specialmente la lasciano crescere quando hanno giurato la morte ad alcuno”. Anche l’ambito economico nell’isola viene trattato alla stregua di una nullità e a dimostrarlo spunta ancora una volta Gustave Jourdan che dice: “l’industria, nella accezione più propria del termine, non esiste in Sardegna”. Insomma, peggio di così proprio non potrebbe andare.
Sergio Atzeni snocciola questi aneddoti strampalati con accuratezza, senza mai cedere all’impeto che spesso chi scrive ha soprattutto quando si trova ad analizzare qualcosa che lo riguarda da vicino. Viene fuori, in questo lavoro, il suo essere giornalista preciso e scrupoloso in grado di indagare la storia di una terra che, proprio come dimostrano le tante menzogne elencate, non è mai stata capita appieno e, spesso, si è trovata oggetto di strumentalizzazioni becere. Perché è importante soffermarsi su ‘’Raccontar fole’’? Perché, come osserva il Premio Strega Claudio Magris, l’ironia è un atto di amore e di libertà e proprio l’ironia rappresenta il filo conduttore dell’opera nonché l’elemento che permea le pagine da cui traspaiono anche un forte senso di libertà e un amore solido verso la propria terra. Un’ironia che si può toccare con mano, colta ma mai pedante, brillantemente severa ma mai bacchettona quella di Sergio Atzeni che ricorda, una volta di più, che la Sardegna non ha bisogno di mitizzazioni e di frasi di circostanza bensì di una consapevolezza nuova, a cominciare da chi la abita, che permetta di apprezzarla concretamente e non solo a parole come, troppo spesso, invece accade.










