Finalmente, Elvis torna, sotto forma di nono album della band toscana ormai in pianta stabile a Milano da lustri. Dopo aver già fatto conoscenza dei primi due singoli – qua e qua su Nemesis Magazine – e dopo aver fugacemente assaporato ‘La Nostra Vita’, ‘Elvis’ esce nella notte tra giovedì 13 e venerdì 14 così da iniziare già ad allietarci dalla mattina.
Allietarci non è certo la parola corretta quando si parla di un qualsiasi lavoro dei Baustelle, dove la decadenza, la crudezza dei testi, l’orrore della realtà sbattuta in faccia come una pentola bollente, non può certo allietare, ma alla fine è così, con un retrogusto sadomaso, sentirsi alleggeriti da questa dolore condiviso e universale, dove si può anche tentare di reagire come Paola e Marco in ‘Andiamo Ai Rave’ oppure invece quasi accettare la realtà non ipocrita ma contraddittoria di ‘Contro Il Mondo’ o trovare calore nella quotidianità come ne ‘La Nostra Vita’.
Ma i Baustelle non sono solo storie individuali, dove non c’è più ‘Betty’ ma questa volta ‘Jackie’, un personaggio totalmente opposto ma sempre immerso nella stessa realtà, ma anche percorsi evolutivi legati ai luoghi, non di nascita ma di adozione e quindi troviamo un nuovo inno a Milano, dopo quasi venti anni da quella meravigliosa ‘Un Romantico A Milano’ che sembra in questo caso un po’ un carrozzone didascalico ma che lascia un’ impronta che dovremo tornare a controllare fra qualche anno.
Elvis è l’album in cui i Baustelle ripartono dopo aver raggiunto il picco massimo di espansione sonora e concettuale dopo il doppio lavoro de ‘L’Amore E La Violenza 1e2’, apice come punto di massimo che aveva anche fatto presagire uno scioglimento, soprattutto dopo aver assaporato i lavori solisti sia di Francesco Bianconi che di Rachele Bastreghi (si ritrova tutto qua, qua e qua), ed invece ora troviamo strutture più rock e meno barocche (nda: tralascio i riferimenti a Reed o Bowie che si leggono in giro, ci sono blasfemie e blasfemie ed alcune non le tollero ma devo accettare che esistano) che rendono l’ascolto di Elvis non semplice ma “easy”. Cinicamente potrei dire che la prima parte, ovvero fino a ‘Los Angeles’ esalta e non poco e per una band attiva da circa 25 anni non mi sembra un pessimo risultato, però poi si sente un lento ma inesorabile declino che si incastra tra un “pezzo riempitivo” e “pezzo che esploderà a breve” e, se dovessi essere già in grado di individuare chi appartiene a quale categoria allora segno nella seconda casella ‘Il Regno Dei Cieli’ e ‘Cuore’, due pezzi molto potenti ma da approfondire pian piano e forse tenersi per occasioni più solitarie e personali, per poi magari capire che sono da annoverare alla prima casella, così come il famoso ‘Pugno che è solo un Pugno’.
Non finisce così però, si tirano le somme e non si può che ringraziare i Baustelle per esserci ancora, ne abbiamo bisogno noi e ne ha bisogno l’industria musicale italiana, ne hanno bisogno i palchi (qua nel loro sito ufficiale le loro date) e soprattutto avevano bisogno anche loro di ripartire. E non era facile.
Fun Fact: andarsene in giro per Milano, a piedi, con in mano il testo di ‘Milano è la Metafora dell’Amore’
Via Tolstoj / Via Uruguay / Dateo / Nolo / Porta Venezia / Isola / Piazza Cincinnato / Via San Gregorio a Brenta / Gorla / Rho
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