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Valerio Callieri e quei giorni a Bolzaneto: “A Genova vent’anni fa abbiamo perso”

Di Francesca Mulas
26/08/2021
in Comunicazione e società, Libri
Tempo di lettura: 4 minuti
Valerio Callieri e quei giorni a Bolzaneto: “A Genova vent’anni fa abbiamo perso”

Come può un essere umano ridere mentre esercita violenza su un altro essere umano immobile e inerme? Questa la domanda, rimasta senza risposta, che accompagna la lettura di “E’ così che ci appartiene il mondo” dello scrittore Valerio Callieri appena arrivato in libreria per Feltrinelli. Una domanda necessaria: sono passati vent’anni da quando Callieri fu testimone impotente di violenze e soprusi a Bolzaneto, dove le forze dell’ordine incarcerarono decine di ragazzi e ragazze fermati durante il G8 di Genova del 2001. Lui era tra quei ragazzi.

Valerio Callieri, foto di Adolfo Frediani

“Il 21 luglio 2001 vengo arrestato dalla polizia e portato nella caserma di Bolzaneto – scrive l’autore nell’incipit del suo libro. – E’ mezzogiorno e nell’aria sono svanite le nuvole di lacrimogeni del giorno precedente, quando un colpo di pistola ha ucciso Carlo Giuliani”. Con Callieri ci sono diverse persone prelevate durante un blitz della polizia nella scuola Diaz, che in accordo con il Comune di Genova era stata utilizzata come dormitorio per giovani arrivati da tutto il mondo in rappresentanza di un movimento, definito genericamente “no global” ma in realtà estremamente variegato ed eterogeneo, che manifestava contro le politiche neoliberiste e la globalizzazione sfrenata rappresentata dalla riunione del G8.

Come andò a finire purtroppo lo sappiamo bene: dopo settimane, mesi di terrorismo mediatico, in cui si preannunciava una Genova messa a ferro e fuoco da centinaia di facinorosi appartenenti al famigerato “black block”, tra il 19 e 21 luglio le forze dell’ordine si scontrarono in più occasioni con i manifestanti, con cariche ingiustificate contro i cortei e la feroce irruzione nella scuola Diaz alla ricerca di terroristi e violenti. Neanche la morte di Carlo Giuliani, appena vent’anni, colpito da un colpo di pistola sparato da un carabiniere in piazza Alimonda, era riuscita a fermare i lavori del G8 che proseguirono indisturbati come da programma. Terminato il vertice, le violenze continuarono nella caserma di Bolzaneto su decine di persone picchiate, minacciate, torturate dagli agenti della polizia carceraria. Furono trecento le denunce, pochi i colpevoli condannati: 45 imputati tra medici, personale sanitario, carabinieri, poliziotti e agenti penitenziari, per molti è arrivata la prescrizione, quattro sono stati assolti e sette condannati, ma nessuno di loro ha fatto un solo giorno di carcere. Eppure tutti i testimoni, tra cui Valerio Callieri, hanno lasciato testimonianze chiare: i detenuti sono stati lasciati per diverse ore in piedi e con le mani sul muro senza cibo e acqua, insultati e picchiati. Tanti ricordano di un giovane con una protesi alla gamba punito perché si era messo a sedere, le botte su chi andava al bagno, le canzoni che inneggiavano al fascismo e alla dittatura cilena. Le minacce di morte e stupro.

LEGGI ANCHE: Non puliamo quel sangue. Genova, vent’anni dopo (di Francesca Mulas)

Difficile, ricorda l’autore di “E’ così che ci appartiene il mondo” ricostruire la catena del comando che ha permesso, in quei giorni drammatici di Genova, la sospensione dei diritti umani. Restano però, a distanza di vent’anni, tante domande che Valerio Callieri sintetizza così: “Qual era l’obiettivo politico? Quanto è diffusa la tortura, soprattutto quando non ci sono tutte quelle voci scomode che ripetono la stessa identica cosa e non sono criminali o migranti ma cittadini più o meno classici che la fanno emergere? Come fa un essere umano a esercitare violenza su un altro essere umano immobile, sconfitto?”

A queste domande Callieri aggiunge un quesito ancora più inquietante: come fa un essere umano a ridere mentre compie violenze e soprusi? In questo libro, una riflessione sincera su quanto accadde a Bolzaneto e Genova maturata dopo vent’anni, non c’è vittimismo o richiesta di compassione. Non c’è neanche la narrazione semplicistica che contrappone manifestanti buoni e poliziotti cattivi, black block scatenati e genovesi inermi: “Subito dopo quei giorni c’è stato un complesso lavoro di indagine, giornalistica e giudiziaria, mentre la narrazione immediata si è concentrata su una visione manichea dei fatti, bianchi e neri, colpevoli e innocenti, un racconto che non restituiva la verità. Non c’è stata, almeno inizialmente, una riflessione obiettiva su quanto accaduto: Genova è stata un episodio conflittuale tragico con diverse anime che si riconoscevano in valori chiari”.

Se le domande sono rimaste senza risposta, Valerio Callieri dopo vent’anni è sicuro di una cosa: “Non siamo stati forti abbastanza: è un fatto che la storia politica non la fanno i buoni, ma persone che si prendono rischi e responsabilità. Mi chiedi se siamo stati sconfitti: direi di si, quel movimento pian piano è cambiato, e dopo aver portato milioni di persone in piazza si è esaurito. Certo, ha lasciato ad altri la sua eredità, penso a Friday for Future, a Non una di meno. Ma parlando in termini sportivi direi che abbiamo perso. E solo prendendone atto possiamo ripartire”.

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