Sembra che questa parola nasca dall’unione di qua e die, nel qual giorno, e connota una circostanza legata al tempo.
Prima e poi, o come interrogativo e ipotetica opportunità.
Il quando è anche emotivo, se carico di speranza, e mentale nel momento in cui contiene valutazioni di tipo attuativo.
È anche un rifugio per personali rimandi, per qualcosa che non possiamo affrontare adesso.
Quando avrò e quando sarò. Il primo è preponderante rispetto al secondo, perché tendiamo a collocare la nostra realizzazione o la possibilità di cambiare la nostra vita all’avere qualcosa, che sia denaro, case, un titolo, un partner. È più difficile che ci si riferisca all’essere per parlare di raggiungimenti, soddisfazioni, felicità.
Ma tutto ciò che è reale è ciò che siamo, non ciò che abbiamo e la resa dei conti arriva proprio nel quando, il giorno in cui lasciamo il nostro corpo fisico, l’involucro che ci riveste e, con la leggerezza dell’anima che ritorna allo spirito, vediamo che rimane un’essenza impalpabile eppure carica di intensa vita, una coscienza che si è arricchita di esperienza e viaggia veloce senza pesi.
Qualunque cosa accada, conta solo ciò che sei e molto meno ciò che hai.
È vero che la disponibilità materiale consente di agire tempestivamente in situazioni che altrimenti si trascinerebbero a lungo come un pachiderma moribondo. Ma anche la tempestività dipende maggiormente dalla capacità di visione e dall’adattabilità all’ineluttabile quando esso giunge alla nostra porta. Quando avrò questo o quello sarò felice, sarò a posto, sarò sereno, sarò soddisfatto. Proviamo a scriverlo in questo modo: quando sarò felice, sereno, soddisfatto, avrò questo e quello. Certo, non dobbiamo considerare chi parte da una situazione materiale solida, stabile, abbondante e non direttamente guadagnata. Essa è l’avere a prescindere dall’essere. Tante volte quell’essere è sofferente, scontento, arrabbiato, frustrato come chi non ha nulla, come chi deve costruirsi tutto da zero.
Allora, non è forse vero che conta solo ciò che siamo?
Cosa faresti se perdessi tutto quello che possiedi? Chi sei tu spogliato di ogni tuo avere, ogni tuo appoggio? Senza il tuo telefono, il computer, la casa, i soldi, chi sei? Credi che scacciato o costretto a scappare, lasciando dietro di te ogni cosa, perfino gli affetti, significhi la fine? Se riesci a fuggire, a trovare riparo, se hai la forza per tentare almeno, dipende solo da ciò che sei.
I maestri dell’antichità ci esortano a essere figli della luce e, come in un gioco di parole, io dico che possiamo cercare di essere come i fili della luce, i canali entro cui scorre alla sua propria velocità la vita vera, quella emanazione del tutto che si addentra in noi.
Qual è la caratteristica del filo della luce? Contiene un elemento conduttore che è in grado di reggere il passaggio di una corrente. Ecco ciò che siamo, e più il canale è libero e pulito, maggiore luce scintillerà da tutto noi stessi. Senza nulla o con tutto, si azzera il quando, rimane un presente attivo ma soprattutto ci sei tu per davvero e nulla potrà interrompere la tua gioia di esserci.
(Foto Nina Mercado)










