I riti propiziatori e le preghiere per la pioggia non sono certo di esclusivo appannaggio della Sardegna. La loro memoria si perde nella notte dei tempi e nello spazio del vasto mondo, caratterizzando epoche, popoli e culture differenti, dall’antica Roma con le matrone che salivano scalze al Campidoglio per invocare Giove Pluvio alle rogationes pro pluvia diffuse in tutta l’Europa meridionale fra Medioevo ed Età moderna, sino all’altare Wuyu nei pressi del fiume Yi in Cina legato al culto delle acque del confucianesimo o alle cerimonie agricole in onore dei Chac, le divinità Maya della pioggia, che si tengono ancora oggi nella penisola dello Yucatán per invocare la fine della siccità. Oggi vi parliamo di un rituale diffuso nell’interno della nostra isola almeno sino al secondo dopoguerra, un culto pagano delle acque che talvolta esulava quel sincretismo che spesso univa il cristianesimo a riti, simboli e divinità antecedenti alla sua diffusione in terra sarda e che agli occhi degli osservatori di epoca moderna e contemporanea, in virtù dei suoi connotati macabri ed esoterici, era considerato più vicino alla pratiche magiche della stregoneria, alla superstizione e al culto del maligno.
Scriveva Francesco Alziator nel suo volume ‘Il Folklore Sardo’ del 1958: “è tutt’ora presente in Sardegna una singolare usanza per i casi di siccità consistente nell’immersione di crani in acqua. L’area dell’usanza sembra comprendere, all’ingrosso, la fascia litoranea dell’Ogliastra e incunearsi poi nell’interno verso occidente fino a raggiungere il nuorese. Inchieste personali ci hanno permesso di accertarla con sicurezza a Tertenia, Meana Sardo e Osini. Ecco il rituale: l’operazione viene eseguita al novilunio da un gruppo di persone in numero dispari (minimo tre massimo sette). Il più anziano scende nell’ossario del cimitero e ne trae uno o più teschi (mai in numero pari), quindi la brigata si reca al più prossimo corso d’acqua per l’immersione. Anche in questo caso l’esame del rituale rivela facilmente elementi magici propiziatori: il novilunio, il numero dispari etc., il nucleo della cerimonia consiste però nell’immersione dei crani nell’acqua“.
Maimone Maimone
Abba cheret su laore
Abba cheret su siccau
Maimone laudau
Anche altri autori si sono occupati di questo rituale. L’archeologo Giovanni Lilliu nel ‘La civiltà dei sardi’ del 1988 sostiene che probabilmente si trattava di un fenomeno una volta diffuso in tutta l’isola e non soltanto nelle sue aree interne, da collocarsi in un patrimonio morale comune a altre zone del Mediterraneo come la vicina Corsica. L’argomento è stato affrontato a più riprese anche dalla saggista Dolores Turchi che lo riconduce alle invocazioni a Maimone affinché donasse l’acqua per il raccolto e contro la siccità e che ha descritto alcune varianti del rito riscontrate a Samugheo dove i teschi venivano immersi legati da corde in un pozzo profondissimo in prossimità del rio Bingias.

Salvatore Loi che ha studiato a fondo la cultura sarda del periodo spagnolo evidenzia in ‘Cultura popolare in Sardegna tra ‘500 e ‘600, chiesa, famiglia, scuola’ del 1998 come questo tipo di rituale, almeno nelle città e nelle zone costiere fosse stato in qualche modo assimilato dal cristianesimo. In annate particolarmente secche come quella del 1589 e quella del 1598 furono organizzati riti propiziatori utilizzando il cristo della chiesa di san Giacomo a Cagliari, che venne portato in processione sino al mare e immerso nell’acqua e il crocefisso della cattedrale che il vescovo Lasso Sedeño in persona immerse da una barca nelle acque della spiaggia di Sant’Agostino.
Già all’epoca il francescano Salvadro Vidal, in pieno clima controriformistico, stigmatizzava questi rituali e la sopravvivenza di culti pagani dell’acqua, cristianizzati o demonizzati, con i protagonisti, accusati di praticare stregonerie e riti demoniaci, che spesso finivano davanti al tribunale dell’inquisizione. Non diversamente faceva un anonimo corrispondente de ‘L’Unione Sarda’ che nel 1915 in una cronaca proveniente da Solarussa raccontava di un sacco contenente sette teschi rinvenuto casualmente da un agricoltore mentre lavorava la terra risvegliando la superstizione popolare, definita dal gioviale corrispondente “audace raccontatrice di balle”, che accostava il fortuito ritrovamento a qualche gruppo di contadini che dopo aver “pregato Iddio, la Madonna e tutti i santi del Calendario, visto che la disgrazia persiste, capovolgendo tutte le immagini di casa si rivolgono al diavolo”. Aggiungendo malignamente: ” Intanto i carabinieri ricercano i profanatori e la siccità? La siccità persiste!”.

Gli studi e la saggistica sul fenomeno spesso sono stati confortati dalle testimonianze di chi sino ai primi anni Cinquanta ha preso parte a questo macabro rituale come a Orotelli, Samugheo o Meana, dove è sopravvissuto un detto popolare utilizzato quando la pioggia diventava incessante: in c’hat calau ossu a mari (l’osso è sceso giù sino al mare) sottolineando un altro aspetto riscontrato in più parti: se una volta arrivata la pioggia non ci si precipitava a raccogliere i crani dall’acqua e a riportarli al loro posto, l’acqua sarebbe stata ben oltre che abbondante, presentando il conto con nubifragi, temprali e devastazione, collegati a un altro detto della cultura contadina che si esprimeva con tono severo quasi a invocare una nuova siccità ed era tutto racchiuso in un laconico e perentorio “su siccore!”.










