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“Il palazzo” al Carbonia Film Festival, Federica Di Giacomo racconta le solitudini del nostro tempo

Di Francesca Mulas
10/10/2021
in Cinema
Tempo di lettura: 3 minuti
“Il palazzo” al Carbonia Film Festival, Federica Di Giacomo racconta le solitudini del nostro tempo

Solitudine, fallimento, frustrazione ma anche amicizia, solidarietà, creatività: c’è un vortice di sentimenti contrastanti nel film “Il palazzo”, documentario firmato dalla regista ligure Federica Di Giacomo che ieri è stato presentato al CineTeatro di Carbonia all’interno di How to Film the World, rassegna diretta da Francesco Giai Via e realizzata dal Centro Servizi Culturali Carbonia della Società Umanitaria in corso in questi giorni nella cittadina sulcitana.

Federica Di Giacomo

Di Giacomo, che abbiamo già conosciuto come autrice di “Liberami” (vincitore del premio Solinas Documentario per il Cinema 2014) arriva a Carbonia dopo la partecipazione alle Giornate degli autori a Venezia. “Il palazzo”, realizzato nel 2021, è un documentario a metà tra realtà e finzione. E’ un film anomalo che consente uno sguardo privilegiato sull’intimità più vera, sui sentimenti messi a nudo di un gruppo di amici che vivono a Roma e frequentano uno stabile storico, a un passo dal Vaticano, dove abita Mauro Fagioli, regista e fotografo. che oltre vent’anni fa decide di realizzare un’opera come inno alla realtà quotidiana attraverso la finzione cinematografiche e mediante visioni surreali. L’opera è fatta di migliaia di ore di video girati nel corso di diversi anni ma è incompiuta, perché la vita stessa è un’incompiuta e la morte di Mauro nel 2018, a soli 47 anni, dopo un lungo periodo di reclusione volontaria nella sua casa/prigione, costringe gli amici a ritrovarsi, a respirare ancora una volta l’aria eclettica ma anche opprimente di quel che è stato il loro nido comune.

Tra le persone che dopo la morte di Mauro si ritrovano nel palazzo ci sono Rocco Purvetti, Alessandra Tosetto, Andrea Zvetkov Sanguigni, Francesca Duscià, Simone Vricella, Tiziana Della Rocca, Osvaldo Kreinz, Virginia Zullo: scrittori, musicisti, giornalisti, psicologi, attrici. Ne emergono personalità tormentate, fragili, a volte commoventi nel tentativo di rimuovere o al contrario restare ancorati a una dimensione irreale vicina al sogno, necessariamente destinata a scontrarsi con la verità del reale. I protagonisti si attraggono e respingono con uguale forza, espongono le loro debolezze e le loro illusioni, si interrogano apertamente sui propri fallimenti e sui limiti, si aggrappano alle poche certezze su cui possono contare, come quasi tutte le persone al mondo del resto. Un’inquietudine profonda si fa strada realizzando che Mauro, forse, non ha mai voluto davvero finire questo lavoro che li ha coinvolti tutti, ha solo instillato in un quotidiano comune quella dose di follia per rendere una vita più interessante, più piena, più stimolante. Questa visione di un’umanità stremata dagli eventi, persa in strade scelte per sfuggire ai ricordi ma ancora così unita da quell’esperienza indimenticabile, fa riflettere sul bisogno di comprensione, di amore e di inclusione di cui tutti necessitiamo. Anche chi, più di altri, è riuscito a dare un senso alla morte di Mauro, e in misura simile, alla propria vita, procede con la consapevolezza di un’ombra, di un destino inafferrabile, che lo rende ancora una volta protagonista di un copione mai terminato. Il risultato, perché un risultato finale comunque c’è, è un sublime caos emotivo non tanto dettato dalle scelte di montaggio, che unisce video meno recenti a quelli attuali spiazzando l’osservatore, quanto dai dialoghi e dai gesti dei protagonista.

“Questo film – ci ha raccontato Federica Di Giacomo ieri a Carbonia – racconta di una marginalità invisibile, quella di una generazione che ha investito molto sulla cultura ma si ritrova precaria, spiazzata, senza punti di riferimento, dolente; il film coglie i momenti di disillusione che seguono la rielaborazione del lutto in una società che rimuove la morte e il passaggio del tempo. Qui i protagonisti sono messi davanti alla loro immagine di quando erano giovani, e questo provoca uno sconvolgimento individuale e collettivo”.

(ha collaborato Giacomo Pisano)

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