Cagliari non è solo le sue mura storiche, le grandi torri pisane che svettano sul mare, la cattedrale con i suoi marmi scintillanti e le vie dello shopping: il capoluogo della Sardegna, città antica che ha conosciuto lingue e culture diversissime, è anche fatta di periferie e miseria, speranza, nostalgia, cantieri che cancellano il passato e ridisegnano il futuro. E’ in queste periferie, tra il colle di Monte Claro e il quartiere di Is Mirrionis che Fabio Marceddu, attore e drammaturgo cagliaritano di 52 anni, ambienta i racconti di “Il mare sopra”, raccolta pubblicata pochi mesi fa da Metis: le storie di Raffaele, Eusebio, Elisabetta e degli altri protagonisti saranno presentate dallo stesso Marceddu insieme a Vanessa Aroff Podda in “A-mare A-more”, spettacolo teatrale organizzato da Teatrodallarmadio che andrà in scena giovedì 3 agosto a Cagliari, Villa Cocco, in via Santi Lorenzo e Pancrazio alle 19.30.
“Pioveva. Il giorno in cui nacqui pioveva. Uno di quei temporali che illuminano il cielo a giorno di notte. Uno di quelli che i tuoni fanno vibrare le pareti e cadono i leggeri quadri souvenir delle Madonne di Lourdes, Fatima, o più recenti Medjugorje”. Nell’incipit del primo racconto dal titolo “Acqua dal cielo” intravediamo il filo conduttore degli altri sedici, l’acqua che è presagio di sventura ma anche elemento che purifica, così come il vento, quel maestrale che sa di mare e orizzonti. Nella postfazione Fabio Marceddu, che nelle ultime pagine ricorda “i fari che hanno illuminato il mio cammino” Roberto Coroneo (ne abbiamo parlato qui) e Giorgio Todde, chiarisce che questo non è un libro autobiografico, ma sono tanti i rimandi alla città vista e conosciuta con i suoi occhi: quel quartiere al limite della città noto come Saint Tropez dal nome di uno dei suoi bar, i palazzoni circondati da campi e strade sterrate e limitati da orti urbani curati dalle donne, i cantieri che spazzano via vecchi ruderi dove i ragazzini fumavano e sfogliavano giornali.
Impossibile, tra le pagine di “Il mare sopra”, non riconoscere una memoria collettiva cagliaritana fatta di racconti dei bombardamenti, di mura e palazzi ricostruiti sulle macerie, di domeniche al mare tra i ricchi che affollavano gli stabilimenti e i poveri che si accontentavano della spiaggia di Giorgino, in mezzo quel lembo tra le mura del D’Aquila e Il Lido che i cagliaritani da generazioni chiamano “La striscia di Gaza”. Sono racconti di vita vera, quelli di Marceddu, che raccolgono storie diverse di periferie ma in fondo tutte legate da una forte speranza di riscatto: “L’unica cosa buona di questi luoghi è che ti fanno venire voglia di scappare – scrive Antonello Murgia nell’epilogo – di andare lontano, di sognare; l’unica cosa buona è che conosci il peggio e hai la fortuna che qualsiasi gradino più su di quelle note gravi è già musica”.










