Quando si parla di Sardegna il solo nominarla reca con sé un piccolo bagaglio a mano, di quelli consentiti da Ryan Air, pieno di stereotipi e luoghi comuni: una terra incontaminata, selvaggia, dalle acque cristalline, abitata da un popolo fiero, silenzioso, generoso. Insomma. Immancabile poi la girandola di imprecisioni per essere buoni, castronerie per essere realistici, che di volta in volta ci fanno diventare eroi nuragici, giganti alti tre metri, scopritori dell’America, conquistatori dell’Egitto, istruiti gli alieni, possessori di stargate, eredi di Atlantide e via dicendo.
Il nostro comprovato passato storico e le nostre reali conquiste non sembrano sufficienti e quindi si scivola ampiamente nelle fantasie più assurde e nel mito. E quando si parla di miti si pensa sempre alle eroiche imprese di personaggi al limite dell’umano, di semidei, di mostri, draghi e leggende. Ma esiste anche un altro modo di intendere e interpretare il mito, con regole narrative simili e con un parterre di personaggi che nulla ha da invidiare all’epica classica.
Lele Pittoni e Renzo Cugis con il libro “Miti e ulteriori leggende di un’altra Sardegna, Cartoline semiserie da un’Isola Bizzarra”, uscito per Edizioni Abbà ci consegnano un piccolo manuale di mitologia contemporanea dove certe follie della vita quotidiana delle persone tracciano un’iperbole tale dal tramutarle in leggenda.
Di cosa parliamo? Lotte di confine tra paesi per futili motivi che hanno causato episodi di scorrerie; bar che sono luoghi nevralgici e strategici con regole sociali ferree da applicare come un protocollo d’emergenza; personaggi ai limiti del surreale il cui stomaco capiente o la mano pesante sono divenuti argomento di discussione a distanza di chilometri.
Il libro scorre rapido seguendo un filo conduttore che mescola osservazioni più generali vicine alla sociologia e all’antropologia con tanti aneddoti personali. Uno per tutti: Mino Reitano centrato con un amichevole pugno, durante un concerto, dall’eccentrico del paese in fissa con Mazinga al grido di “Maglio perforante”. Non merita forse un posto nel mito un episodio come questo?
Cugis e Pittoni sono convinti di sì e con le armi dell’ironia e dell’esperienza sul campo ci regalano un affresco piacevole e divertente di una Sardegna ben lontana dalle immagini stereotipate delle cartoline turistiche e ancora più lontana da quell’immaginario montato ad arte per vendere agli stessi turisti acqua di mare in bottiglia.










