“Death or glory, just another story”? La grande livellatrice lo strappò alla vita nella minuscola località di Broomfield, contea di Somerset, nel sud est dell’Inghilterra. John Graham Mellor aveva 50 anni esatti, un passato glorioso alle sue spalle, quello con i Clash, e una storia che decisamente no,non era come le altre. Una storia marcata da rabbia, dischi memorabili, contraddizioni, autenticità, dalla musica usata come cassa di risonanza del grido di protesta di un’intera generazione e dalla gigantesca eredità di un combat rock rivoluzionario verso il quale sono debitori centinaia di artisti.
Londra 15 novembre 2002. Sul palco dell’ Acton Town Hall, Joe Strummer & The Mescaleros suonano in un concerto a sostegno dei vigili del fuoco in sciopero. La scaletta comprende pezzi della band e alcuni vecchi classici dei Clash. Fra il pubblico c’è un quarantacinquenne che ai primi accordi di ‘Bankrobber’ si leva il soprabito, lo affida alla persona che lo accompagna e si presenta sul palco dove sta per accadere un miracolo. Quell’uomo è Mick Jones con il quale Joe Strummer aveva fondato i Clash nel lontano 1976 e che nel 1983 aveva abbandonato la band. Dopo quasi vent’anni i due si ritrovano a suonare assieme. La platea è incredula e ascolta entusiasta quel vecchio singolo del 1980, al quale fanno seguito due veri e propri inni dei bei tempi della “the only band that matters”, ‘White Riot’ e ‘London’s Burning’.
La notizia fa sognare intere legioni di vecchi e nuovi fans. Che sia il preludio a una reunion? Sarebbe fantastico, straordinario. Tuttavia le speranze degli aficionados del quartetto londinese sono destinate a spegnersi a stretto giro di tempo. Il 22 novembre seguente Strummer e i suoi Mescaleros si esibiscono al Liverpool Academy, nessuno può prevederlo ma è l’ultima volta che colui che amava definirsi come “un cantante folk con la chitarra elettrica” sale sopra un palco. Esattamente un mese dopo, un infarto causato da una malformazione cardiaca congenita se lo porterà via per sempre, lasciando attonite milioni di persone alle quali le canzoni di protesta dei Clash avevano cambiato la vita.
Ho incontrato gente a cui il punk ha cambiato il modo di vivere. Mi sento come se avessi letteralmente incontrato ognuno di loro! Ed è la stessa storia anche per tutti loro: abbiamo cambiato il loro modo di pensare e influenzato le decisioni che hanno preso nella vita. Non è stata una faccenda di massa, la folla che assalta il palazzo. Piuttosto, un sacco di individui che hanno afferrato qualcuna delle cose che stavano strombazzando noi. Coi Clash è stato come scendere agli inferi e ritornare. Non puoi immaginare cosa abbiamo passato per fare i dischi che abbiamo fatto. Abbiamo dato il 110 per cento, ogni giorno. Ma quando incontri questa gente, persone che ti dicono che hai avuto qualche effetto sulla loro vita, allora senti che valeva assolutamente la pena. (Joe Strummer in ‘The Clash. Death or Glory’ di Pat Gilbert)

Non è affatto semplice descrivere il lascito artistico e umano di Joe Strummer. Ma chi conosce i dischi dei Clash può facilmente intuire la portata di questa eredità che in due decenni è affiorata a più riprese non solo nella musica, ma anche nel cinema, nella letteratura e nel campo delle arti figurative. Per chi invece non conosce questi dischi, oltre ad ascoltarli con estrema attenzione, potrebbe essere utile la visione del docufilm ‘Joe Strummer: The Future Is Unwritten’ di Julien Temple, lo stesso regista di ‘The Great Rock ‘n’ Roll Swindle’ dei Sex Pistols, e anche di ‘Rude Boy’ firmato da Jack Hazan e David Mingay e inserito di recente nella piattaforma Netflix. Assolutamente da leggere ‘The Clash. Death or Glory’ una dettagliata biografia della band scritta da Pat Gilbert.
Ci sono alcune dichiarazioni di Joe Strummer che magari possono aiutarci a capire a distanza di tantissimi anni altri motivi di questo devastante impatto: “Vorrei che non si dicesse che i Clash sono stati solo un gruppo punk. Il punk è uno spirito molto più ampio della musica grezza e semplice che solitamente si identifica con quella parola. I Clash sono stati un gruppo di fusione, non una band di genere. Abbiamo mischiato reggae, soul e rock and roll, tutte le musiche primitive, in qualcosa di più della somma dei singoli elementi. Soprattutto in qualcosa di più del semplice punk di tre accordi”. E ancora: “Non mi piace che si facciano passare i Clash per un gruppo che ha fatto promesse e che non le ha mantenute. Noi non abbiamo mai promesso niente. Abbiamo solo cercato di risvegliare l’attenzione su una serie di cose che ci sembravano sbagliate. Quelle cose sbagliate esistono ancora e i Clash no. Questo che significa? Che abbiamo perso? Non lo so. Certamente i Clash sono stati una voce forte. Se hanno cambiato la vita di una sola persona, hanno raggiunto il loro scopo“.
Se una piazzetta di Granada, un viale di Cassola, una rotatoria di Sulmona portano il suo nome, se a Tonara hanno desiderato fortemente dedicargli una strada e se quel nome assieme a quelli di Mick Jones, Topper Headon e Paul Simonon e i versi delle loro canzoni sono ovunque, si può ben intuire il perché. Non c’è mai stata una band come i Clash, ne prima ne dopo, ed è questo che probabilmente intendeva Don Letts con l’assunto : the only band that matters”. Per il resto chiedete pure a Bob Geldof, Irvine Welsh, John Ramone, Paul Weller, Bruce Springsteen,Tom Morello, Danny Boyle, David Bowie, Elvis Costello, Bono, Johnny Deep, Flea, Mike D, Iggy Pop e Martin Scorsese. Oppure a Max Pezzali. Tutte persone alle quali quel richiamo dalle sponde del Tamigi ha in qualche modo cambiato la vita.










