Il ‘Rolling Stones’ piazzò ‘London Calling’ all’ottavo posto nella classifica dei migliori dischi di sempre e come quello più importante nella decade degli Eighties. Anche la stampa inglese ebbe pochi dubbi, fra i cinque più importanti. Mi sono spesso chiesto quale fosse il segreto di questo doppio album che in qualche modo celebrava la “morte” del punk e con le centinaia di migliaia di copie vendute faceva conoscere i Clash al mondo. Una possibile risposta la trovai forse nei muri di Tonara, il paese gentile, famoso per i suoi torroni e per aver dato i natali all’inquieto poeta Peppino Mereu, che serbava pochi lustri or sono, il sogno di dedicare una delle sue vie al compianto Joe Strummer. Quei muri, dicevo, di questo piccolo angolo di mondo abbarbicato al Gennargentu, dove ancora nel 1991 capeggiavano le scritte : Punk Invasion – Londra Brucia – The Clash.
E qui si pone un secondo quesito. Come è possibile che una band della Perfida Albione abbia influenzato così a fondo la cultura di un paesino del Centro Sardegna? Stappate una bottiglia di Pico di Maule, mettete ‘London Calling’ sul giradischi e vediamo di scoprirlo assieme.

Lo confesso. Soltanto da adulto ho concretizzato pienamente la portata di questo LP che brucia già dalla copertina con lo scatto di Pennie Smith e la grafica rubata al primo disco di Elvis.
Viene quasi da sorridere malinconicamente al pensiero che sia stato concepito e registrato in sessioni di studio intervallate da partite di football, con un produttore alcolizzato dietro al mixer. Il compianto Guy Stevens che dopo aver avuto a che fare con Who, Stones, Mott The Hoople e Free, scomparse prematuramente nel 1981.
In realtà parte della grandezza di questo disco arriva proprio dall’alchimia che regnava negli Wessex Studios fra i membri della band e Stevens. Band che riesce finalmente a fare squadra, a conoscersi bene e a collaborare ancora meglio.
L’intera tracklist riflette pienamente questo spirito, accompagnato dall’assenza pressoché totale di una linea guida e di qualsiasi restrizione stilistica. Nelle quattro facciate convivono graffiate punk, sfuriate rock n’ roll, vibrazioni reggae, jazz, ska, rockabilly, concessioni pop, R&B, rocksteady e ritmiche primitive. Londra chiama le città lontane. Kingston, Memphis e New Orleans rispondono e accolgono il grido di battaglia di Strummer, Jones, Simonon ed Headon.
Eccolo il segreto. Un appello universale che dalle rive del Tamigi è destinato a raggiungere gli angoli più reconditi della terra. Una miscela valida per ogni latitudine dove aleggi il fantasma di Tom Joad e le ingiustizie riservate agli “ultimi” non sono poi così tanto diverse. Una molteplicità sonora e concettuale valida per San Francisco come per Reykjavík, per Nairobi come per Seul, per Thiesi, Sarroch o per Tonara.

Londra chiama le città lontane
Ora che la guerra è dichiarata e la battaglia è in corso
Londra chiama il mondo sommerso
Fuori dal guscio, tutti voi ragazzi e ragazze
Londra chiama, adesso non badate a noi
La beatlemania fasulla ha morso la polvere
Londra chiama, guardate che non abbiamo swing
Tranne il roteare di quel manganello
Sta arrivando l’era glaciale, il sole piomba giù
Fusione in vista, il grano viene su male
Le macchine smettono di funzionare ma io non ho paura
Il fattore che rende questo disco così importante, a discapito del no future tanto caro alla cultura punk, è la sua eternità. Quella chiamata urlata sotto la pioggia del video di Don Letts non ha mai smesso di essere recepita. In tempi recenti l’ho raccolta nuovamente e abbracciata assieme a Giacomo Casti e Alberto Sanna, raccontando in giro per l’isola la vicenda umana, artistica e politica della “the only band that matters”, l’unica band che conta. Iperbole di Don Letts che esprime alla perfezione la portata e il valore dei Clash.
Ho un altro ricordo che mi lega in maniera particolare alla title track. A quando nel settembre del 2012 mi era stato affidato il piacevole compito di far danzare il pubblico accorso al concerto dei Katsudoji, uno spassoso duo elettronico che suonava con un televisore in testa. Sul finire del live il tempo minacciava pioggia e le prime gocce fecero la loro comparsa sulla mia consolle. Non so perché, ma decisi di cominciare proprio con ‘London Calling’. Sta di fatto che la pista si riempì sin dai primi riff e il resto della canzone si portò via lontano il temporale. Londra chiamò e fu una serata magnifica.
L’ultimo dei tanti però mi riporta ancora una volta a Tonara, il paese che negli anni Novanta è diventato la mia seconda casa. In qualsiasi posto del mondo mettendo almeno 20 pezzi dei Clash si risulterebbe quanto meno inopportuni. In qualsiasi parte del mondo, tranne a Tonara. Dove in una notte d’estate del 2017 avrei potuto metterne pure 50 e vedere ancora svariate generazioni ballare scatenate in pista. Anche quella sera Londra chiamava.










