Ancora oggi ci sono tante donne che faticano a far valere le loro scelte di emancipazione e la fine di una relazione può portare a conseguenze nefaste. Alla fine dell’Ottocento lo era ancora maggiormente e anche in una Cagliari in pieno slancio verso la modernità si verificavano fatti che trovano raccapriccianti assonanze con quanto accade in Europa ancora oggi fra l’indifferenza generale di società e istituzioni. Questa è la storia di una donna coraggiosa che nel lontano 1898 pagò con la vita la sua scelta di donna libera, rea di aver offeso l’onorabilità del marito e di essere diventata un ostacolo per i suoi progetti futuri.

Le feste di maggio erano finite da poco, Cagliari riprendeva i suoi ritmi ordinari e come ogni domenica, quasi si dovesse rispettare una inderogabile legge, la sua gioventù si dava convegno sulla via Roma, dove una moltitudine di ragazze e ragazzi si mischiava in un andirivieni irrequieto. Correva il 1898, sulla città svettavano sempre le antiche torri pisane, non erano stati innalzati i nuovi monumenti dell’epoca bacareddiana, sul mare non si specchiavano tutti i moderni palazzi e il lungo porticato della sua arteria principale era ancora frammentato.
Nunziata Floris, una ragazza di 23 anni, chiacchierava con le sue amiche seduta sul primo banco del lato porto e assieme osservavano la folla multicolore che passeggiava sulla larga via e la gente che si accalcava all’ingresso del caffè Elvetico, esercizio acquistaro in tempi recenti dal signor Stefano Palenzona, un piemontese che ben presto lo avrebbe ribattezzato caffè Torino, ma che ancora aveva il nome scelto dal suo fondatore, uno svizzero dal cognome impronunciabile che i fantasiosi cronisti cagliaritani trascrivevano col più agile ma quanto mai bizzarro Scrotentaller.
In quell’assolato pomeriggio Nunziata, che amava vestire sempre in maniera ricercata ed elegante, sfoggiava un bell’abito verde acqua picchiettato di nero, portava un veletto sulla testa, orecchini d’oro e calzava guanti neri. Attorno alle cinque la sua spensieratezza e i toni allegri fino ad allora usati nelle scanzonate chiacchierate cone le amiche cessarono di colpo. La vista di un giovane vestito con notevole accuratezza l’aveva fatta improvvisamente incupire. Fu questione di pochi attimi, un breve scambio di parole concitate e l’uomo, estraendo uno stocco triangolare di settanta centimetri, dissimulato nella stecca di un bastone da passeggio, cominciò a colpirla con estrema brutalità e poi si diede alla fuga.
Nunziata Floris emise un grido rauco e cadde moribonda fra lo struggimento delle sue compagne. Una folla di curiosi si accalcò subito attorno al suo corpo agonizzante rendendo difficile anche l’intervento del dottor Soddu che provò senza successo a rianimare la giovane prima che fosse caricata su una carrozza e trasportata di corsa all’Ospedale Civile. Qui il dottor Pitzorno provò a sua volta a rianimarla, ma non poté fare altro che constatarne il decesso dovuto a quattro ferite mortali, su dieci ricevute, che avevano leso alcuni organi vitali.
Il suo assassino ebbe fuga breve. Rincorso e acciuffato da un muratore, Giovanni Pintor, e da un macellaio, Raimondo Casti, che avevano assistito alla cruenta scena, venne tratto in arresto dalla guardia municipale Vincenzo Abis e dal carabiniere Raffaele Dore e portato in manette all’ufficio di pubblica sicurezza della prefettura. Una volta interrogato dal delegato Roncalli si arrivò a conoscenza della sua identità.
Nato a Tonara trentatré anni prima, Eugenio Gessa, era un collettore esattoriale che all’epoca risiedeva a Iglesias. Nonostante vivessero separati da circa cinque anni, non essendo allora consentito il divorzio, era ancora ufficialmente il marito di Nunziata Floris, figlia di Marco Aurelio, un pretore della provincia molto conosciuto. La sua singolare vicenda di donna ribelle, che stanca delle angherie e di una relazione che a lei non piaceva affatto, aveva abbandonato il marito e gli agi familiari per andare a lavorare come infermiera nelle cliniche ospedaliere alimentava le chiacchiere. Una scelta di emancipazione per la quale anche agli occhi delle amiche era considerata un’ irrequieta, modo gentile per indicare una poco di buono.

Molti probabilmente pensarono che il movente della furia omicida del Gessa andava ricercato nella sconsiderata scelta della moglie che aveva abbandonato il tetto coniugale e offeso nel suo onore di maschio si fosse voluto vendicare di questo gesto che la pubblica morale dell’epoca giudicava inammissibile. Fu così o lo fu soltanto in apparenza, celando invece un motivo scatenante di altra natura? Il Gessa agì platealmente e dichiarò di averlo fatto senza alcuna premeditazione, perdendo il lume della ragione alla vista della moglie ribelle. In realtà sapeva bene che in sede processuale sarebbe stato agevole convincere una giuria composta esclusivamente da uomini sulla giustezza del suo atto attraverso il quale aveva lavato nel sangue l’onore di gentiluomo abbandonato. Così, confidando nelle numerose attenuanti previste dall’articolo 337 del codice penale Zanardelli , ovvero quelle del cosiddetto “omicidio d’onore”, uccise senza indugi quella che era stata la sua compagnia di vita. Questo gli consentì di poter restare vedovo, l’unico modo all’epoca che gli consentiva di prendere in moglie una giovane ragazza cagliaritana all’epoca ancora minorenne, la diciasettenne Fanny Zibetto, che ben presto sposerà a Sinnai nel 1902, dopo aver scontato una pena irrisoria, con la quale metterà su famiglia a Laconi dove si trasferirà in qualità di esattore.
Il mercoledì successivo il quotidiano L’Unione Sarda dava un freddo e dettagliato resoconto dell’autopsia. Il giorno prima Nunziata Floris era stata accompagnata al cimitero di Bonaria da un mesto corteo aperto dai bambini dell’asilo infantile di san Giuseppe ai quali seguivano le colleghe e altri lavoratori dell’ospedale. Quella mattina andò in scena l’ultimo atto di una vicenda che oggi ci racconta un fatto che ci suona ancora terribilmente familiare.
Secondo i dati Istat in Italia nel 2022 le donne sono state vittime del 91% degli omicidi commessi da familiari o ex partner e nel 2023 su 80 femminicidi 41 sono da attribuire alla mano assassina del partener o di ex. Dati che fanno rabbrividire e che ci dicono tanto su quanto sia ancora diffusa la stessa mentalità maschilista di oltre cent’anni fa, in uno stato di indifferenza pressoché totale che se vogliamo è ancora più sconcertante.










