85 anni fa il cuore di Antonio Gramsci cessò di battere. Ogni anno, l’anniversario di questa triste data diventa un momento di memoria e riflessione importante. E se provassimo a cogliere l’occasione per riprendere in mano la sua opera con il dichiarato fine di cambiare lo sguardo sulla situazione che viviamo in Sardegna e individuare strade inedite per cambiarla? Di seguito tre proposte aperte al confronto.
Riscoprire come si costruisce l’egemonia
La prima è quella di mettere nuovamente a valore la produttività politica delle sue analisi carcerarie rispetto al come si determinano le trasformazioni storiche, a partire dall’imprescindibilità di una lunga “guerra di posizione” in seno a una società dove i modi di produrre, i rapporti sociali, i comportamenti e le convinzioni si plasmano e si confermano ovunque – più di quanto non fosse già ai tempi nei quali scriveva –, nei luoghi di studio come in quelli di lavoro, nel tempo libero come nella fruizione e produzione culturale in tutte le sue declinazioni. Tutti processi resi ancora più impattanti grazie alla svolta tecnologica e all’espansione della realtà digitale.
Di fronte a questa complessità di piani di intervento, per emanciparci come singoli e come collettività, serve un’organizzazione collettiva davvero plurale e su più livelli in grado di affrontare la battaglia egemonica nelle sue molteplici varianti: nel lavoro, nei saperi, nei modi di governare, nella produzione culturale e giuridica. Nessuno “spirito di scissione”, cioè nessuna acquisizione progressiva della consapevolezza di sé e del proprio compito storico, può maturare in un blocco sociale se si esclude per incapacità o convenienza uno dei campi di battaglia. Gramsci ci è utile per capire quanto sia decisivo organizzarsi efficacemente, perché le ingiustizie e le contraddizioni, anche se sono sempre più evidenti e insopportabili, non si risolveranno da sole. Il sistema politico ed economico ha una straordinaria capacità di riformarsi e attuare quelle che lui definiva “rivoluzioni passive”, le trasformazioni ordite dall’alto per frenare l’iniziativa – spesso contraddittoria, sporadica e frammentata – delle forze innovatrici, assorbendone determinate istanze, con l’obiettivo ultimo di mantenere determinati assetti di potere. Storicamente si possono registrare tante “rivoluzioni passive”, anche nella storia sarda. Conoscerla e organizzarsi di conseguenza è un modo per evitarne di nuove.
Che fare? Riportare Gramsci in Sardegna
La seconda proposta, conseguente alla prima, è la seguente: quale organizzazione politica per cambiare la Sardegna? Gramsci è l’intellettuale italiano più tradotto al mondo insieme a Dante, eppure nell’isola dove è cresciuto è poco conosciuto e soprattutto poco adoperato per il punto di cui sopra, dato deducibile anche dallo stato della politica organizzata in Sardegna. Ma non è sempre stato così: negli anni ‘50, ‘60 e ‘70, politici e intellettuali come Renzo Laconi, Umberto Cardia, Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira (solo i più noti) avevano scritto e discusso a partire dai Quaderni, immaginando una storiografia “integrale” dell’isola e un’iniziativa politica appropriata al contesto. Dopo di loro, esclusi alcuni lavori successivi di impatto minore, la coppia Gramsci-Sardegna è stata trattata nelle biografie come una questione di secondo ordine e, talora, si è ripresa soltanto per parlare del suo periodo giovanile social-sardista.
Con la riscoperta di Gramsci da parte degli studi subalterni, postcoloniali e culturali, nonché da parte di tanti attivisti e studiosi che in giro per il mondo lo hanno utilizzato sia per capire la storia e la politica del proprio paese, che per affinare la strategia per cambiarlo, si è iniziata a riconoscere l’importanza che ebbe la Sardegna nella sua biografia politica, umana e nella sua produzione teorica. È risultato sempre più chiaro quanto il suo “allargamento” e innovazione del marxismo e del leninismo fossero debitori non solo del periodo consiliare torinese e della riflessione sull’ascesa del fascismo, ma anche della sua crescita in un contesto rurale e povero di una periferia territoriale dello Stato post-unitario. Basti osservare le sue lunghe analisi sul mondo contadino, sul Meridione e le isole, sulle contraddizioni del Risorgimento, sul razzismo di certi intellettuali italiani, sull’importanza della dimensione “territoriale” della vita politica e sociale sia dal punto di vista dei gruppi dominanti che da quello dei gruppi subalterni.
Il più grande regalo che possiamo farci oggi, però, non è limitarci a riconoscere la Sardegna che c’è nella sua opera, ma riutilizzare quest’ultima per riflettere e cambiare la sua e la nostra terra. Per farlo, dovremmo liberarlo dai quadri impolverati delle sedi politiche dove non viene studiato ma utilizzato al più come orpello, e invitarlo virtualmente a farsi un’escursione a Perdas Crapìas, il punto più alto dell’isola italianizzato in Punta La Marmora. È proprio da lassù che probabilmente, con uno sguardo ampio sui problemi e le sfide di questa terra, la potenza del suo pensiero potrebbe suggerirci nuove direttrici di analisi e di metodo per un’inedita politica di massa in Sardegna. Sia chiaro: salire lì sopra serve anche per scrutare la linea dell’orizzonte ed essere consapevoli degli apporti teorico-politici di intellettuali e attivisti che negli ultimi decenni, da diverse parti del mondo, hanno attinto a piene mani dal suo pensiero, dall’indiano Ranajit Guha al giamaicano Stuart Hall, dal palestinese Edward Said all’argentino Ernesto Laclau. Solo così, riusciremo a maturare uno sguardo in grado di superare tanto le agiografie e l’ossessione filologica che depotenziano la carica politica del suo pensiero, quanto l’avanguardismo testimoniale che si ostina a riprodurre soluzioni organizzative utilizzando analisi e linguaggi fuori tempo massimo. Obiettivo? Articolare una nuova proposta potenzialmente egemonica, trasformando il malessere “privatizzato” e le tante istanze sociali latenti e manifeste in progetto politico organizzato e di massa, capace di democratizzare società, economia e istituzioni, cambiare la cultura, migliorare le condizioni di vita e contendere il potere politico per costruire strade percorribili di sviluppo sostenibile e diffuso per la Sardegna.
Un nuovo intellettuale “organico” sardo-globale
La terza proposta di confronto è sul nuovo tipo di intellettualità “organica” che il pensatore aveva teorizzato e, in parte, praticato. Se lo vogliamo utilizzare come esempio anticipatore di questa intuizione, rendendo giustizia alle sue scelte di vita, va liberato da tre letture parziali: nel senso comune viene perlopiù o esclusivamente ricordato come il martire nelle carceri fasciste che ha scritto le Lettere e i Quaderni; dai maggiori esponenti della sinistra politica e culturale come il teorico dell’egemonia “culturale” – depotenziando il resto della sua produzione teorica per ragioni storiche o per semplice superficialità –; nelle università, dove si ha la fortuna di studiarlo, esclusivamente come lucido pensatore innovatore del marxismo. Tutte queste visioni sono manchevoli. Gramsci è stato un uomo poliedrico, curioso, amante delle attività pratiche e non solo dello studio, che ha avuto una vita segnata dalla povertà sino ai suoi anni torinesi, che ha amato e sofferto nel mezzo di scelte importanti e coraggiose anche prima del carcere. La sfida è innanzitutto valorizzare la sua figura in tutte le sue qualità e contraddizioni umane, introducendolo pienamente nella cultura popolare con una veste rinnovata. E questo significa fare film, canzoni, rappresentazioni teatrali, campagne comunicative su Instagram e Tik Tok, installazioni artistiche più e meglio di quanto non sia già stato fatto.
Al tempo stesso, interpretare la lezione gramsciana con l’ambizione di praticare una politica di emancipazione all’altezza della contemporaneità, significa utilizzare massicciamente i sopracitati strumenti espressivi per valorizzare lo “spirito popolare creativo” preesistente in Sardegna come base della costruzione di un’identità collettiva consapevole di sé stessa. Come il noto filosofo e poliedrico attivista Cornel West, in linea con il suo “popular gramscism”, imbastì una battaglia culturale – arrivando addirittura a registrare due cd – per depurare l’hip-hop dagli elementi misogini, omofobici e consumistici, considerandolo basilare per una necessaria affermazione dell’identità afroamericana, così ci sarebbe bisogno che in Sardegna tante persone considerassero l’importanza di ingaggiare una battaglia per cambiare il senso comune e attivare nuovi processi di identificazione sardo-globale, meticci, non più soffocati da rappresentazioni dell’isola esogene e minorazzanti, capaci finalmente di generare fiducia nelle nostre possibilità di cambiamento.
Su Instagram, negli ultimi anni, diversi giovani stanno sperimentano reels o post per rendere “pop” l’utilizzo del sardo, per scoprire la ricchezza del nostro patrimonio archeologico, per raccontare pillole di storia sarda. I risultati di queste iniziative si iniziano a vedere. Che succederebbe se si moltiplicassero questi sforzi, utilizzando la musica, i video, i romanzi, le graphic novels e via dicendo per raccontare la nostra storia, per denunciare le ingiustizie, per narrare le nostre vite quotidiane tra precarietà, aspettative frustrate ma anche esempi positivi sul fronte sociale, economico e culturale? Si realizzerebbe col tempo un progresso culturale di massa e di riconoscimento di noi stessi, senza il quale resterebbe debole qualsiasi stagione di emancipazione sociale e politica in Sardegna. Un progresso frutto di una battaglia a tutto campo capace di reinventare determinati elementi della nostra eredità culturale oggi folklorizzati, e padroneggiare al contempo nuovi elementi e mezzi culturali utilizzati o detenuti dai gruppi egemoni.
Gramsci è un anticipatore di queste visioni, della necessità del dispiegamento di una strategia articolata e su più piani. Nel suo esempio non c’è solo una condotta etica, morale e politica esemplare ma, in tutta la sua novità, il nuovo tipo di intellettuale di cui si ha sempre più bisogno per non cadere nei baratri della sfiducia o del conformismo: l’intellettuale “organico” ai bisogni e ai desideri della maggioranza delle persone, capace – con una molteplicità di strumenti – di organizzare, articolare differenze e cambiare il senso comune per far muovere cuori e cervelli verso una Sardegna e un mondo più giusti e desiderabili.
* Nella foto in evidenza, Antonio Gramsci visto dall’artista sassarese Giovanna Maria Boscani; la stessa è utilizzata come manifesto dalla band punk Quaderni dal Carcere.
* Danilo Lampis, 29 anni, nato a Ortueri, è laureato in scienze filosofiche presso l’Università di Bologna con una tesi vincitrice nel 2019 del premio internazionale della Fondazione Gramsci. È stato coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti, attivista dell’Arci e di Riders Union Bologna. Nel 2021 ha esordito con il romanzo “Essere giovani non è una scusa” (Castelvecchi). Lavora come insegnante precario e progettista sociale, fa parte dell’amministrazione comunale di Ortueri ed è impegnato attivamente nel sociale.










