Finisce così: con Tonino Cau dei Tenores di Neoneli che dal palco del Teatro Massimo di Cagliari gremito in ogni ordine di posto, trascina martedì notte il pubblico nel classico “tanti auguri a te” rivolto a Stefano Bellisari in arte Elio, che proprio il giorno festeggia il sessantatreesimo compleanno. Un augurio preceduto da Procurade’ ‘e moderare che il capobanda e capocomico (il termine ci sta tutto) delle Storie Tese canta insieme ai Tenores testimoniando così trent’anni di sodalizio artistico. Per il resto, la serata che chiude con la forza dei nomi e dei numeri la trentaquattresima edizione di Rocce Rosse Blues (cinque appuntamenti con tre sold-out), scorre con grande entusiasmo sopra e sotto il palco.
Dopo tanti anni gli Elii sono ancora un’arma di pura gioia che in molti amano farsi puntare addosso. Un’arma che spara musica di tutti i generi eseguita magistralmente, caricata con proiettili di genialità: tematica, linguistica, sonora. Per anni li hanno definiti (sbagliando) maestri del nonsenso, ma come i fan sanno bene, un senso le loro canzoni lo hanno eccome, anche se come sempre mascherato da costante e impietosa presa in giro. Ben altro che “cretinetti della musica leggera”, come un giorno dissero di sé stessi. Da un songbook sconfinato che abbraccia quarantaquattro anni di onorata carriera vissuta all’insegna della goliardia, dell’ironia pungente e dello sberleffo, della musica mutante e degli sguardi (impietosi) su realtà, figure e personaggi, passano in rassegna La terra dei cachi, Uomini col borsello, Supergiovane, Il vitello dai piedi di balsa, Valzer transgenico, Pork &Cindy, Servi della gleba, Gimmi I, Tapparella e altre ancora e alla fine è un diluvio di applausi.
Che non mancano neanche nei concerti precedenti come quello del duo Bahrami-Rea (il link all’intervista a Danilo Rea)e Raphael Gualazzi (lo abbiamo intervistato qui), e di Dee Dee Bridgewater che in compagnia della Medit Orchestra diretta da Angelo Valori e un buon trio piano-basso-batteria tutto al femminile, veleggia tra Kurt Weill e Prévert, tra Lalo Schifrin, Coltrane e Corea, tra Nina Simone, Abbey Lincoln, Al Jarreau, regalando belle interpretazioni, presenza scenica, dinamismo vocale, perfezione ritmica della pronuncia, morbida sontuosità e scat serratissimi.
In un programma che non contempla prove d’appello, a fare il pieno di pubblico e applausi sono anche gli Inti Illimani, affiancati dalla presenza (debordante) del cantautore Giulio Wilson, che in apertura annuncia di fare solo tre pezzi ma poi ci ripensa e non va più via facendo storcere il naso alla platea. Certo, il gruppo cileno è li per presentare i brani del recente album Agua registrato proprio con Wilson e che dà il nome al tour del 2024, ma è che chiaro che gli aficionados preferirebbero ascoltare solo loro. Scorrono così i brani della nuova produzione che affronta tematiche saldamente ancorate alla realtà come quelle sulla difesa dell’ambiente e il cambiamento climatico, anche se poi a tenere banco sono naturalmente le canzoni del passato, capaci di arrivare ancora dritte al cuore scatenando un entusiasmo mai domo e che raggiunge la vetta più alta con la vertiginosa El pueblo unido, cantata a squarciagola da un pubblico ormai in piedi.










