Lotta, battaglia, fuga, ricreazione. Sono queste le tappe che scandiscono il percorso artistico e umano del cantautore romano. Quattro momenti distinti, diluiti in cinque dischi e centinaia di concerti, dal ‘Bar della rabbia’ al cielo, per atterrare in Africa e migrare verso le Americhe, restando tuttavia sempre fedele alle sue radici popolari. Un viaggio che Alessandro Mannarino ha raccontato in parole e musica al numerosissimo pubblico accorso ieri al Ghetto di Cagliari che da venerdì 25 a domenica 27 novembre ospita il festival di Pazza Idea organizzato dall’associazione Luna Scarlatta. Un percorso di ritmi e armonie incentrato su ‘V’, il suo ultimo disco, alternato da flash spazio-temporali, scorribande sonore e momenti di vita vissuta, sempre dalla parte degli ultimi, dalle sponde del Tevere fino alle favelas di Rio de Janeiro.

V come viaggio e vagabondare, quasi a sottolineare il perpetuo moto del peregrinare mannarinesco; come vento, quello d’Africa della diaspora nera verso le Americhe; come Venere, ma una venere nera, guerriera, signora della giungla; come il volume, alto, altissimo, con il quale andrebbe ascoltato questo disco; come variopinto, per la multiculturalità che lo contraddistingue; come violenza, quella estrema che ancora subiscono donne e uomini del sud del mondo; come verità, vita, voluttà, vortice, volo, o più semplicemente inteso come numero romano, il quinto disco, per l’appunto. L’autore da piena libertà d’interpretazione.
Quello illustrato al pubblico di Pazza Idea e un disco faticoso, impegnativo. Mannarino, in compagnia del regista Renato Chiocca, ha svelato i retroscena di un album che coniuga ettolitri di ritmiche tribali congolesi e amazzoniche con sonorità della giungla urbana della Grande Mela, fra paure, crolli di Wall Street, babilonie danzerecce, fiumi neri, dub, synth e chitarre folk. Quello che è chiaro, a partire dalla copertina, è che questo è un album che ruota attorno alla figura femminile, una donna guerrigliera, resistente, allegoria delle foreste violate dagli europei, terra di conquista del colonialismo occidentale “che – racconta Mannarino – a quelle terre come alla donna ha levato la dignità e l’identità”. E così fra le note e le parole delle sue canzoni dove si respirano Manu Chao, i Subsonica, gli Agricantus e aleggiano i fantasmi di Chico Mendes e Ken Saro Wiwa, emerge prepotentemente questa donna senza tempo che ricorda Iracema, (anagramma di America) la passionaria protagonista dell’omonimo romanzo scritto da José Martiniano de Alencar nel 1865, emblema degli indigeni sottomessi con la croce, la spada e la gabbia, ma che ricorda parecchio anche Marielle Franco, l’attivista brasiliana assassinata nel marzo del 2018.
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Ancora una volta, ma con stili e codici sonori diversi, Alessandro Mannarino ha saputo cantare i mondi delle ultime e degli ultimi, reiette e reietti come gli ubriaconi, i vagabondi, le prostitute, gli zingari, i pagliacci delle sue precedenti produzioni che, ognuno a modo suo, resistono alle vessazioni di presunte civiltà superiori e a una vita mortificante. Il messaggio implicito è che la musica, il canto, il ballo hanno una grande valenza politica, come nel samba, musica meticcia per eccellenza che coniuga ritmi primitivi e armonie europee, ma anche emblema di quella che Mannarino ha definito “la grande illusione del carnevale”, perché il mercoledì delle ceneri, quando la musica finisce, i suonatori se ne vanno ma i problemi, l’emarginazione, le violenze e la sofferenza rimangono. Nelle favelas brasiliane, negli accampamenti degli zingari romani o per le strade del Bronx.
Nel brioso incontro con il pubblico cagliaritano chiaramente non poteva mancare la musica. Mannarino, accompagnato solo della sua chitarra, ha deliziato la platea con alcuni classici del suo repertorio dedicati a figure femminili come ‘Marilù‘ e ‘Maddalena’, con uno spassoso inedito, ‘Il carcerato’ e con ‘Congo’ e ‘Paura’ tratte dal suo ultimo disco ‘V’, che, per citare i versi della sua ‘Arca di Noè’, alla fine della fiera, può significare vendetta, o magari speranza o “forse solo un po’ d’amore”.

Foto di Sara Deidda e Giorgia Pistoia










