Sabato sera ci ha lasciato a 98 anni lo stilista Renato Balestra, re indiscusso dell’Alta Moda italiana, l’equivalente della Haute Couture parigina, e testimone di quelli che furono per l’Italia gli anni di Hollywood sul Tevere. A darne notizia sono state le figlie Federica e Fabiana alle quali, insieme alla nipote Sofia, andrà la gestione del marchio e dell’atelier di piazza Barberini a Roma. Ci mancherà il suo eclettismo che in vita lo vide coinvolto in diversi progetti anche al di fuori della moda, dalla popolarità in televisione, al cinema e al teatro dove, tra gli altri, disegnò i costumi per “Così è se vi pare” diretto da Franco Zeffirelli e la “Cenerentola” di Rossini.
Chi era Renato Balestra
Nacque a Trieste nel 1924 e nonostante cercasse di seguire le orme di famiglia nella facoltà di Ingegneria, finì con il cedere alle sue passioni artistiche. Amava l’arte, si dilettava nella pittura e già dall’età di undici anni leggeva Dostoevskij e suonava Beethoven, infatti con quel suo sorriso accennato ed elegante esprimeva sempre grande stupore nello scoprirsi e risultare simpatico. Dote che dalla fine degli anni Novanta lo fece diventare il protagonista di numerosi salotti televisivi nostrani e perfino come ospite fisso al “Chiambretti C’è” su Raidue. Curioso l’anedotto sul quale lui stesso ironizza in diverse interviste che riguarda l’inizio della sua carriera: Balestra raccontava che non era portato come figurinista ma riuscì con un suo bozzetto a far realizzare un abito per una sua amica e collega universitaria che poi mandò il suo bozzetto al CMI Centro Italiano della Moda. L’abito ovviamente piacque molto, non dimenticò mai il tessuto di un azzurro chiaro con i pois blu scuro che venne notato dalla casa di moda Jole Veneziani a Milano, una delle più importanti che sfilavano al Pitti. All’epoca non esisteva ancora il pret-à-porter come lo intendiamo oggi e Firenze dal 1951, grazie al conte Giorgini, presentava alla Sala Bianca del Pitti le collezioni delle case di moda italiane più rilevanti, dal nord alla punta dello stivale. Jole Veneziani fu il suo ingresso nella moda, un’esperienza che gli insegnò alcune tecniche sartoriali e a riconoscere le differenze tra i tessuti.
Dopo Milano, negli anni Cinquanta, si trasferì a Roma dove proseguì la sua esperienza di formazione, oltre che dalle Sorelle Fontana, lavorò per Emilio Shubert, il preferito di Sophia Loren e Maria Antonelli, una delle prime creatrici italiane ad affacciarsi alla produzione in serie, per il momento ancora un miraggio americano. Il talento di Balestra non tardò ad emergere, debuttò prima negli Stati Uniti e nel 1959 aprì il suo primo atelier a Roma, in via Gregoriana 36. Vestiva già le donne più influenti al mondo, first lady, regine e attrici famosissime: da Liz Taylor a Claudia Cardinale, passando per Ava Gardner, conosciuta durante la sua esperienza dalle Sorelle Fontana.

Tutti gli anni Sessanta sono costellati di successi ed è in questo periodo che deposita il Blu Balestra, un blu intenso e brillante colore simbolo della sua casa di moda. Come altri suoi colleghi parigini, Dior fra tutti, fu un imprenditore oltre che un creativo: si buttò nel mondo delle licenze ampliando la vendita con il suo logo a diverse categorie di prodotti, dai profumi, al trucco, alla valigeria e accessori vari per la casa e la persona.
Alla fine degli anni Sessanta il marchio Renato Balestra è distribuito in numerosi magazzini americani, sfila nelle Filippine, a Singapore, in Thailandia, Giappone, Malesia, Indonesia e in Medio ed Estremo Oriente. Balestra fu in vita un uomo d’arte dalle mille sfaccettature, amante del teatro e del balletto, è stato anche amante della mondanità tra feste private nella sua casa con la decadente nobiltà romana alle più esclusive in giro per il mondo. In una delle sue ultime apparizioni televisive ricorda con piacere un abito realizzato per la regina della Thailandia Sirikit durante un evento di beneficenza, forse una delle sue creazioni più importanti: un abito costruito con orchidee vere intessute in una notte su una griglia di metallo.
Da questo s’intuisce perchè non si piegò mai al trasferimento della moda dal Pitti Firenze a Milano, ma preferì restare a Roma per l’Alta Moda, fedele a quel sogno della dolce vita anni Cinquanta: una fiaba alla Disney con lieto fine, senza tempo né mode passeggere.










