A furor di popolo è stato considerato il migliore dei poeti estemporanei sardi. Non solo per l’indiscussa abilità nell’improvvisazione e la penna felice dei suoi componimenti scritti, ma soprattutto per avere innovato, assieme a Salvatore Tuconi, il mondo delle gare poetiche sarde, temperandone il gusto e nobilitandone la missione. Un cammino lastricato di gloria quello di Raimondo Piras, intrapreso ancora in giovanissima età, quando aveva cominciato a misurarsi con i mostri sacri della poesia logudorese, che diversi lustri prima avevano regolamentato le competizioni in rima; ma anche travagliato, irto di incidenti di percorso e scelte coraggiose, sempre in linea con la sua personalità che, nella vita come sul palco, lasciava poco spazio alle concessioni e al compromesso. La sua buona stella era stata accesa dalle muse nel cielo di Montresta in una notte d’estate del 1924, e sotto lo stesso cielo era destinata a spegnersi, nella primavera del 1978, quando disputò la sua ultima gara, prima di morire poche settimane dopo, nella sua Villanova, che il quattro luglio scorso ha voluto ricordarlo con una serata di musica e poesia.
Le regole di Ozieri e lo scandalo per una donna sul palco
Aveva appena un anno e mezzo di vita Raimondo Piras, quando per la festa di San Sebastiano di Villanova Monteleone il comitato della società degli agricoltori aveva invitato per la gara poetica Gavino Contini, Antonio Andrea Cucca e Antonio Farina, alcuni dei migliori poeti di lingua logudorese dell’epoca, che circa un decennio prima ad Ozieri, dietro il forte impulso di Antonio Cubeddu, avevano codificato le competizioni da svolgersi nelle piazze, attraverso un meticoloso regolamento che prevedeva una giuria, con il compito di dare i temi sui quali gli sfidanti dovevano competere e valutarne l’esibizione, e dei premi in denaro.
La lombarda Anna Croci, per diversi anni levatrice a Villanova, scrisse che gli abitanti del paese “sono, come del resto dei sardi, naturalmente poeti estemporanei” e in virtù di ciò usavano la rima nei discorsi o per rivolgere auguri e complimenti. Avvezzi così ai versi, accorrevano alle sagre paesane per ascoltare gli improvvisatori forestieri e poterli valutare, ammirare o criticare. Tuttavia nel maggio del 1907 accadde, chiamiamolo così, un incidente diplomatico, con i poeti locali che occuparono il palco in segno di protesta e lo abbandonarono dopo molte preghiere da parte del presidente del comitato e solo dopo l’intervento dei carabinieri. Il motivo della clamorosa protesta riguardava con tutta probabilità la presenza di una donna, Maria Farina, figlia d’arte di Antonio, che avrebbe dovuto cantare assieme al padre e ai suoi colleghi. Evidentemente la novità di avere una Melpomene sul palco, mentre per soggezione o paura i poeti locali sarebbero rimasti a mordersi le labbra in piazza, aveva creato parecchio malumore, che tuttavia scemò dopo qualche bordata di fischi iniziale, lasciando poi spazio alla competizione. Purtroppo, nella storia delle gare poetiche la Farina avrebbe avuto soltanto un’altra collega donna, Chiara Porcheddu da Ossi.
Mentre accadeva questo i villanovesi non potevano sapere che uno dei suoi figli appena nati sarebbe un giorno diventato il poeta più amato e più apprezzato in ogni contrada isolana.
Piras contro Cucca, la prima sfida
Raimondo Piras era nato a Villanova Monteleone il 29 novembre 1905 da Fedele e Dionigia Galleri al civico 34 di via Colombo. La sua era una famiglia di allevatori e fra il silenzio dei pascoli e l’ascolto di diversi abili poeti locali apprese e coltivò sin da fanciullo i segreti dell’arte di improvvisare versi, compiendo da autodidatta una sorta di tirocinio che molto presto avrebbe dato i suoi frutti. Possiamo paragonare la carriera di questo prescelto dalle Muse a quella di un pugile che passa gradualmente dai pesi leggeri a quelli massimi. Il battesimo del “ring” avvenne in quel di Montresta sul palco allestito per la festa di San Cristoforo nell’agosto del 1924 dove appena diciannovenne sfidò un veterano di calibro, quell’ Antonio Andrea Cucca da Ossi, di 35 anni più grande, che quando ancora era in fasce aveva cantato nella turbolenta gara di Villanova. Era il primo passo di un percorso artistico che sin dalle prime battute si presentava di altissimo livello, quando in giro cominciò a diffondersi il nome di questo giovane che teneva testa a poeti navigati e di comprovata bravura come Salvatore Testoni, Antonio Cubeddu, Sebastiano Moretti, Antonio Farina e Giuseppe Pirastru, fino all’incontro con quello che allora era il peso massimo per eccellenza delle gare poetiche, Salvatore Tucconi da Buddusò, da qualche tempo impegnato in un rinnovamento stilistico radicale che avrebbe avviato il nuovo corso della poesia estemporanea sarda, del quale Raimondo Piras, appena accolto giovanissimo nell’aristocrazia dei poeti logudoresi, sarebbe diventato il campione assoluto.
Il veto della Chiesa e dei fascisti

Se non lo fu da subito è perché lo stesso anno del suo esordio, il 1924, fra i “professionisti”, in maggio a Oristano si riunì il Concilio Plenario Sardo al quale parteciparono i vescovi delle diocesi isolane, che promulgò un articolato complesso di norme per le parrocchie che poneva grandissime limitazioni all’uso della lingua sarda durante le funzioni religiose e il catechismo, e sollevava un polverone di critiche per le gare poetiche in lingua sarda. La chiesa stigmatizzava lo sperpero di denaro destinato a intrattenimenti che venivano considerati inutili e i preti invocavano di porvi un salutare freno. Il motivo reale andava però ricercato sull’enorme potere che i cantadores avevano durante le gare, quando di fronte a centinaia di persone potevano mettere alla berlina il clero e affrontavano spesso temi reputati licenziosi o sconvenienti. Fu il primo passo verso l’abolizione delle gare che, complice il fascismo ormai al potere, dal giungo 1932 vennero vietate del tutto. Non è chiaro se nel 1939 sia stata effettivamente consentita una loro ripresa, col divieto assoluto di trattare tematiche legate alla politica e alla fede, o se come rimarcava l’episcopato sardo nel 1940 fossero ancora proibite. Di certo c’è che Raimondo Piras non si prestò a nessuna limitazione e tempo dopo ebbe a sostenere: “Sopra il palco non devono esserci museruole. Quando hanno cercato di tapparmi la bocca non ho voluto sentire ragioni e non ho dato reta a nessuno. Per cantare così meglio niente. Sono stato fuori dalle gare dal 1932 al 1945 e ci sono tornato a guerra finita”.
Un poeta senza voce, ma il più grande di tutti
Passato il fascismo e la catastrofe della guerra, con la comunità di Villanova che piangeva i suoi morti e il poeta che invocava il santo patrono coi suoi versi per il rientro a casa dei dispersi, si tornò faticosamente alla normalità anche nelle gare poetiche. Ma il destino aveva in serbo un ennesimo scherzo che avrebbe stoppato ancora una volta la carriera di Riamondo Piras. Durante una gara ad Ozieri perdete gran parte delle sue funzioni vocali smorzando irrimediabilmente la sua voce che da squillante e gradevole divenne stridula e rauca. Tuttavia neppure questo ennesimo incidente di percorso riuscì a fermarne l’ascesa e la consacrazione nel più altro scranno dei poeti sardi, che conquistò grazie allo sviluppo di una sorprendente attitudine mimica che lo agevolò nel comunicare efficacemente col suo pubblico e ad un’ingegnosità nell’uso della parola che nessuno, ne prima ne dopo di lui, avrebbe mai raggiunto.

Raimondo Piras era come Muhammad Alì. Il più forte di tutti i tempi, l’idolo indiscusso delle piazze sarde che portava all’angolo i suoi avversari per poi mandarli a tappeto a suon di rime, senza risparmiare o guardare in faccia a nessuno. Misurarsi con Raimondo Piras, persona solitamente mite e generosa ma che sul palco si trasformava in toro scatenato, era un onore, ma salire con lui sul “ring” poteva costare caro e furono veramente pochi quelli che riuscirono a terminare le riprese senza andare a tappetto.
Se ne andò a 72 anni, il 21 maggio del 1978 nella sua Villanova, vinto solo da un male incurabile, da inarrivabile campione dei pesi massimi. Per l’ennesimo scherzo del destino si spense poche settimane dopo aver cantato sul palco di Montresta, dove tutto era cominciato più di cinquant’anni prima, quando la sua buona stella era comparsa luminosa sui cieli sardi.
Il ricordo della sua Villanova
Martedì 4 luglio, nella piazzetta sottostante il palazzo delle vecchie scuole di Villanova a lui dedicata e dove sta la stele che riporta i famosi versi di ammonimento per l’insegnamento della lingua sarda, la sua comunità lo ha potuto ricordare con un evento organizzato dal Comune assieme all’associazione Tra Parola e Musica, al quale hanno partecipato il chitarrista Andrea Congia, le attrici Claudia Benaglio e Antonella Puddu, il tenore Murales di Orgosolo e i poeti estemporanei Giuseppe Porcu e Dionigi Bitti.
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Fotografie concesse gentilmente da Mauro Mura










