Il 1 giugno esce nelle sale ‘Uomini in Marcia’, il docufilm di Peter Marcias che, partendo dalla storia del movimento operaio del Sulcis – Iglesiente, racconta l’epopea delle lotte dei lavoratori sardi e l’analizza all’interno del contesto italiano e internazionale. Distribuito dalla Notorious Pictures, prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh produzioni, Ultima Onda produzioni, in collaborazione con Rai Cinema, Aamod, Cineteca Sarda Società Umanitaria, Morgana Studio, con il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission – Bando Filming Cagliari -, è stato presentato in anteprima mondiale alla diciottesima edizione della Festa del Cinema di Roma (Selezione Ufficiale, “Special Screening”) e proiettato in anteprima al Cine Teatro Centrale di Carbonia il 2 maggio scorso. Fra le tante testimonianze spiccano quelle dei registi Ken Loach e del compianto Laurent Cantet, mentre la narrazione principale è stata affidata a Gianni Loy, scrittore, poeta e professore di diritto del lavoro all’Università di Cagliari dal 1975 al 2014.

Si può raccontare la storia delle rivendicazioni operaie in maniera diversa, senza rischiare di inciampare in una certa retorica sindacale, esaminandone successi e fallimenti, provare ad attualizzarla in questi tempi di crisi infinita e azzardare una speranza per il futuro? L’ultima fatica del regista e sceneggiatore Peter Marcias suggerisce una risposta affermativa.
La peculiarità più evidente di ‘Uomini in Marcia’ è quella della scelta di una cifra narrativa diversa che coniuga i filmati di un passato non troppo lontano, da quelli scovati dal regista tra gli archivi del Centro Servizi Culturali Carbonia della Società Umanitaria – Fabbrica del Cinema, ad altre testimonianze d’archivio riguardanti Giacomo Brodolini, il padre dello Statuto dei Lavoratori, l’ex presidente del Consiglio dei ministri Mario Scelba ed altri protagonisti della storia italiana del secondo dopoguerra. A questo si aggiungono l’appassionata narrazione di Gianni Loy e i preziosi contributi di Ken Loach e Laurent Cantet, due registi particolarmente avvezzi alle tematiche della working class e alle problematiche sociali.
Così la marcia che nel 1992/93 attraversò ventisette comuni del Sulcis – Iglesiente, uno degli episodi più importanti della storia del lavoro nel territorio del sud-ovest isolano, diventa il pretesto per raccontare quella che forse è stata l’ultimo episodio di una stagione di grandi rivendicazioni ma anche di unità fra lavoratori e complicità con il territorio. L’eco degli eccidi di Buggerru, Nebida e Iglesias si sente appena nel film di Marcias, così come quello della lotta di Pratobello, perché l’occhio del regista porta lo spettatore altrove, in un contesto più ampio che attraverso il passato guarda all’oggi dove suonano parole ancora tremendamente attuali: mobbing, caporalato, inquinamento, morti sul lavoro, cariche della polizia, salvaguardia ambientale. E in tal senso vanno letti sia l’intervento di Cantet che specifica: “Ho l’impressione che la crisi sia ancor più forte di quella di quindici anni fa. Tutto è peggiorato, ciò significa che si è pronti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro. Poiché c’è molta disoccupazione e non si vuole perdere il posto, si è pronti ad accettare tutta la violenza dell’ultraliberismo, così com’è stato gradualmente implementato. Solo perché le condizioni sociali sono peggiorate, non possiamo più permetterci di non giocare questo gioco”, e quello che gli fa quasi da controcanto di Loach: “Ciò che è cambiato negli ultimi due decenni, tre decenni, è che fino a poco tempo fa pensavamo che se non avessimo vinto questa volta, avremmo vinto la prossima o quella dopo ancora o tra 20 anni, 50 anni. Un giorno vinceremo. Ora non abbiamo questo lusso. Non abbiamo il lusso del tempo.”

Forse l’interrogativo più importante che pone il documentario di Marcias è: alla fine di questa “ultima guerra santa dei pezzenti” – per dirla con Francesco Guccini – cosa è rimasto? Perché si, la domanda nesce veramente spontanea: dove sono finite quelle masse di lavoratori pronti a paralizzare le città, ad occupare le fabbriche e i pozzi minerari, a far sentire collettivamente la propria voce? La sensazione è che dopo il sangue di Genova del 2001 e tanti altri episodi simili, qualcosa si sia veramente rotto per sempre e che questo docufilm non sia altro che la narrazione del canto del cigno della classe operaia che è andata in tutt’altra direzione che verso il paradiso. ‘Uomini in Marcia’ allora cosa è? L‘anatomia di un fallimento epocale o l’esempio dal quale bisognerebbe ripartire? Forse è entrambe le cose, questo sarà il tempo a dirlo. Di certo farà riflettere parecchio chi avrà modo di vederlo, lo farà arrabbiare e magari arrivare a una presa di coscienza simile a quella del V, il vendicatore reso famoso al cinema da James McTeigue e Lana e Lilly Wachowski : “Ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole non c’è che da guardarsi allo specchio”.











