“Io credo che il torto dell’età moderna sia quello di avere disgiunto l’arte e la bellezza dalla vita comune (…) Si permise che il popolo imbarbarisse in una ributtante volgarità, che piano piano s’infiltrasse la convinzione che noi moderni, pratici e spregiudicati, dobbiamo disprezzare tutto ciò che non interessa il nostro utile immediato, se si potesse così dire l’americanarsi della vecchia Europa”.
Sono questi alcuni dei concetti che un giovanissimo Antonio Gramsci esprimeva nei temi liceali, scritti durante la sua permanenza cagliaritana mentre frequentava il liceo classico Dettori, rinvenuti fortuitamente la scorsa primavera a Milano, e oggi protagonisti indiscussi dello spettacolo “Il sogno di Gramsci – I temi liceali di un giovane ribelle”.
La pièce di e con Gad Lerner e Silvia Truzzi, per la regia di Simone Rota, è andata in scena giovedì 9 novembre al Teatro Massimo di Cagliari e venerdì 10 al Teatro Comunale di San Gavino Monreale. Dedicata al grande intellettuale, politico e scrittore sardo, l’opera – per la prima volta sull’isola – rientra nella rassegna autunnale del CeDAC – Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna.
Un ritrovamento inaspettato e fortunato quello che ha coinvolto Gad Lerner lo scorso anno, entrato in possesso di tre dei temi liceali superstiti del giovane Gramsci, risalenti al 1911. Scongiurato il pericolo che si trattasse di materiale apocrifo, i temi hanno presto ottenuto il beneplacito della Fondazione Gramsci e sono divenuti immediatamente oggetto di ispirazione per uno spettacolo teatrale.
“Non so descrivervi l’emozione provata nel ritrovarsi questi scritti tra le mani, leggerli e rendersi conto di quanto fosse necessario – data la portata del pensiero così lucido in essi contenuto – divulgarli. Da qui l’idea di uno spettacolo teatrale che fosse anche occasione di approfondimento della vita tormentata e straordinaria di uno tra i pensatori più significativi del ‘900”, commenta Lerner durante l’incontro con il pubblico alla Fabbrica Illuminata, che ha preceduto la prima delle due rappresentazioni sarde.
È proprio prendendo spunto da quei temi, dalle lettere e attingendo a molto del materiale gramsciano già noto che i due giornalisti costruiscono lo spettacolo dividendolo in tre capitoli, come tre sono i temi recentemente ritrovati che riportano a casa, ripercorrendo le vicende che hanno investito la vita del futuro fondatore e leader del Partito Comunista Italiano, segnata fin dall’infanzia da eventi tragici e dolorosi: dal morbo di Pott, una particolare tubercolosi ossea che indebolirà il suo fisico bambino per non abbandonarlo più, all’incarcerazione del padre per peculato con la conseguente caduta in miseria della famiglia.
Lo spettacolo fornisce un ritratto inedito del Gramsci studente, capace di riflessioni incredibilmente mature per la sua età e puntuali nel tratteggiare la società moderna. Nato ad Ales nel 1891 e cresciuto tra Ghilarza e Cagliari, dove si recherà – poverissimo – per affrontare gli studi liceali che gli costeranno non poche fatiche e rinunce, fin da giovanissimo metterà per iscritto la sua visione del mondo, la stessa che pochi anni più tardi lo renderà celebre nel suo ruolo di agitatore di coscienze e lo condannerà a vent’anni di carcere perché inviso al regime fascista.
Le testimonianze fornite da alcuni compagni di cella durante la permanenza nel carcere milanese di San Vittore e quelle di personalità importanti che hanno segnato a vario titolo la vita dell’intellettuale sardo, alternano quella che è una narrazione a due voci, inframmezzata dalla proiezione di immagini del repertorio gramsciano e dall’incursione di studenti incaricati di volta in volta della lettura degli scritti giovanili, che giocano a favore di una maggiore verosimiglianza dell’opera.
Ne “Il sogno di Gramsci” risuonano inoltre attualissime le sue intuizioni tanto nel sostenere l’importanza della cultura come strumento di emancipazione degli ultimi, capace di creare negli individui la coscienza di classe, quanto nel suo sposare posizioni femministe, riconoscendo il ruolo della donna nella società e denunciandone la condizione di maggiore sfruttamento rispetto all’uomo anche a parità di appartenenza alla stessa classe operaia. Morirà nel 1937 a soli 46 anni lasciando in eredità un pensiero che abbiamo il dovere di non fare tramontare mai.










