Questo è l’Album che non mi aspettavo, che non ci aspettavamo, ma che meritavamo tutti.
Questo è l’album arrivato improvvisamente, dopo solo un anno da “Imploding The Mirage” mentre eravamo tutti in attesa di Lingua Ignota (già qui in Nemesis) oppure di Angel Olsen o Lorde (a breve sempre qui).
Un Album diversamente Killers, non pomposo, non maestoso, non barocco e con i soliti e sempre amati cori da stadio, bensì un album dolce, malinconico, molto acustico e poco elettrico, che scava nella “provincia” americana e porta alla luce storie di vita quotidiana intrise di intimità, profondità, particolarità.
Non starò qua a citare Springsteen per ogni canzone come ho già letto in giro, o che quest’album avrebbe dovuto chiamarsi “Utah” in luogo di “Nebraska”, ma Brandon Flowers ha, nel suo viaggio a km 0, durante la seconda importante e purtroppo sempre letale ondata della pandemia, scavato a fondo nei suoi dintorni e trasformato le sue emozioni, il suo vissuto, la sua memoria in un’ Opera dolce, che non suona Killers nemmeno per la tangente ma aggiunge un tassello importante alla discografia della band nata poco dopo Interpol e Strokes e che continua imperterrita a non sbagliare un colpo, magari senza eccessivi clamori (capolavori) ma sicuramente senza quelle svendite clamorose o quelle cadute letali date dalla noia, dalla totale fine di ispirazione o da contratti già firmati senza clausole di uscita.
Un Album quindi da amare con sapore nostalgico, intriso di vita vissuta e grondante di emotività che capita giustamente proprio ora, in agosto, quando alleggeriti dal carico stressante della quotidianità siamo più sensibili a guardare un po’ più in su o forse un po’ più dentro di noi.
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