A poca distanza dal centro geografico dell’isola, nel territorio comunale del capoluogo della Barbagia Mandrolisai, si erge l’antico santuario rurale intitolato a San Mauro abate. In questo luogo ameno, non lontano dal parco archeologico di Biru’e Concas, da secoli, solitamente nell’ultima settimana di maggio, si tengono i festeggiamenti in onore del monaco benedettino, un evento che ha ormai da tempo perso gli antichi fasti, quando richiamava frotte di pellegrini, festaioli e mercanti da ogni angolo dell’isola, ma ancora particolarmente sentito fra le popolazioni della Sardegna centrale. Una festa, quella di Sorgono, ricca di colori e di suoni, che in passato attirava la curiosità di viaggiatori e cronisti che l’hanno raccontata con dovizia di particolari in pagine che oggi ci permettono di riviverla agevolmente e di respirarne l’atmosfera.

La chiesa domina sulla valle come una fortezza, ingentilita da un grande rosone in trachite e da due leoni accucciati che fanno da sentinelle alla gradinata d’accesso. Da tempo immemore questo luogo votato al silenzio vede compromessa la sua consuetudinaria quiete per pochi giorni all’anno. Anticamente si cominciava a metà gennaio, per Santu Mauru de is dolos, quando l’abate veniva invocato per le sue qualità taumaturgiche affinché intercedesse in favore della salute dei fedeli; per Santu Mauru de frores, il lunedì dell’angelo, che dava il benvenuto alla stagione primaverile e infine, come ancora oggi accade, per Santu Mauru erriccu, ovvero a ridosso dell’ultima domenica di maggio o della prima di giugno, quando dopo nove giorni di preghiere e laudi, la fede al monaco benedettino sfocia in una grande festa dedicata all’abbondanza che vede le case e i muristenes sorti attorno al santuario animarsi di canti e balli e allegre comitive che banchettano in onore del santo. Nulla a che vedere però, raccontano le cronache e gli anziani, con la festa che si svolgeva in antichità, quando alla solennità del rito religioso e alle fastose libagioni veniva affiancata una gigantesca fiera armentizia, spesso patrocinata e promossa dal Comizio agrario di Lanusei e talvolta direttamente dal Ministero dell’Agricoltura, con migliaia di capi di bestiame che attiravano venditori e acquirenti da ogni angolo dell’isola.
Più si va indietro nel tempo e più le cronache sembrano enfatizzare tale magniloquenza. Il senatore Gavino Scano di Austis scriveva in merito nel 1891:”Il piano che scende al rivo, quasi campo ad una giostra, ad un torneo, e ivi puledri e destrieri focosi con baldi e valenti cavalieri: è un correre e ricorrere spensierato, frenetico, spesso temerario dall’alto al basso e dal basso in alto, dalla mattina alla sera, a mostrare il vigore e la virtù dei puledri, mordenti il ferro sui freni agitati, fumanti di sudore sulle groppe, spumosi nella bocca, tra nitriti e scalpitii.”
Un altro aspetto che balzava all’occhio degli osservatori era quello della fede popolare e della devozione all’abate testimoniata anche dalla grande quantità di ex voto dei quali ci racconta Vincenzo Sechi nel 1923: ” E il giorno della festa di San Mauro le ultime comitive arrivano sin dall’alba, i festaioli di Atzara, di Sorgono e degli altri paesi vicini e gli ultimi devoti che vengono ad aggiungere il loro voto alle centinaia di ceri, cuori, mani e piedi d’argento, medaglie e quadretti che ornano le mura della chiesa e le colonne che fiancheggiano la porta d’ingresso dove sono incise molte iscrizioni e nomi dei beneficiati riconoscimenti di ogni epoca e nazione”. Anche la testimonianza di Antonio Ballero è eloquente in tal senso: “Trecce lunghissime di capelli neri, più fini della seta; di capelli biondi dai riflessi cenerei, sfavillanti; braccia, gambe, mani , piedi, teste, poppe di cera bianchissima, legati con ricchi nastri di seta, cuori d’argento e quadretti malamente dipinti, rappresentanti quasi sempre un ammalato guarito miracolosamente dal santo. I doni votivi si ammucchiavano sull’altare, sugli scalini, nelle cappelle vicine, dando alla chiesa l’apparenza di una cereria in liquidazione”. La frequentazione del santuario cominciava giorni prima con la novena, quando, in particolar modo le donne che giungevano quotidianamente a piedi da tutta la zona o quelle più distanti alloggiate nei muristenes, rendevano grazie o invocavano l’intercessione per la loro salute fisica e spirituale o per quella dei loro cari, arrivando a consumarsi letteralmente le ginocchia in un continuo via vai attraverso il quale si trascinavano dalla porta all’altare, in un perenne cantar di rosari e percuotere di petti.

Oltre ai devoti pellegrini e ai festaioli, l’evento richiamava a San Mauro frotte di mercanti e artigiani. Immancabili i torronai di Tonara e Pattada, i sorbettieri di Aritzo con sa carapinnia, le tessitrici di Meana e Samugheo con i loro manufatti in lino ed orbace, i ramai di Isili, i milesi con le arance e la loro vernaccia che faceva concorrenza a quella di Solarussa, i nurresi con le macine per affilare le lame, i napoletani con i balocchi in latta e i giochi di carte, i lussurgesi con l’acquavite, i desulesi con i loro prodotti in legno e altri centinaia di commercianti bramosi d’affari.
Uno dei più enfatici racconti della festa di San Mauro è quello che ha scritto Antonio Ballero nel suo romanzo ‘Don Zua’ del 1891: “Nella pianura un formicolio irrequieto, uno spandersi, un ammassarsi compatto di folla vociante. Nuvoli di rosso, di bianco, di verde, d’azzurro; un brillare, uno scintillare di colori svariati di quelle centinai di costumi, tutti diversi, tutti variopinti, tutti più ricchi l’uno dell’altro. Migliaia di cavalli montati da arditi cavalieri, corrono a precipizio in tutte le direzioni, scansandosi sempre l’uno con l’altro, saltando muri, varcando fossi, superando siepi; armenti interi di bovi, rincorrentisi e cozzanti con le corna terribili. Squilli di campane, fucilate, nitriti di cavalli, muggiti di buoi, canti allegri e voci di rivenditori, si confondevano nell’aria, formando un assieme simile al brontolio del tuono. Dal cielo piovono i raggi caldi del sole, illuminando questa scena che si presenta a chiunque abbia desiderio di vedere la principale fiera campestre dell’isola, dall’alto di una collinetta, che guarda la chiesa da un chilometro di distanza”.
Il momento più alto dell’intera festa era quello della processione. “Lo svolgersi di un’immane biscia multicolore – scriveva Antonio Falconi nel 1888 – che si vede serpeggiare lungo le diverse curve dello stradone, in modo che mentre il capo della biscia già tocca di nuovo la chiesa, la coda si trascina ancora nel basso”. Il corteo sostanzialmente chiudeva la lunga festa. Una festa animata dai mille colori degli abiti sardi, da coppie di giovani sposi con la bisaccia più elegante, dal palio che si soleva correre nella valle sottostante, dalle danze e dai canti, dalle attesissime gare dei poeti estemporanei, dalle scazzottate fra gruppi di persone di paesi rivali, dal vino e dal vociare assordante di migliaia di persone che arrivavano a piedi, a cavallo, a bordo di grandi carri, quelli che avevano colpito già a fine settecento il padre protestante tedesco Joseph Fuos, e in epoche più recenti con i treni speciali da Cagliari, con gli autobus e le prime automobili.

Cosa è rimasto di tutto questo? Le festa oggi è profondamente cambiata, come del resto è cambiato il mondo. Molti aspetti ed eventi raccontati da questi cronisti ormai non esistono più, ma a leggere le progressive testimonianze pare che il declino di quella che un tempo era la più ricca e florida festa campestre dell’isola sia cominciato parecchi decenni or sono. Il rimpianto dei tempi andati degli anziani e della anziane di oggi non è molto dissimile da quello che il senatore Scano amaramente descriveva nel 1889: ” In quei tempi, e nell’entusiasmo dei miei anni giovanili io la vedevo spesso quella festa, e nei quadri che mi si descrivevano davanti quasi intuivo e vaticinavo un avvenire più felice più lieto e più splendido ancora, pensando nella mente accesa a leggi più umane ad ordini più liberi, a costumi addolciti dalla pace, dall’armonia dell’intendere e del sentire, dalla concordia di tutti allo scopo di una vita colta soddisfacente e altamente civile. E furono forse illusioni forse fantasie da poeta. I tempi vagheggianti vennero, e le leggi produssero altri frutti, e gli ordini livellatori che parevano presentare eldoradi e orizzonti nuovi condussero ad altre conseguenze”.
Le conseguenze, non proprio edificanti, odierne sono quelle di una zona, la Barbagia Mandrolisai, che sembrano riflettersi mestamente anche sulla sua festa più sentita. Una zona che sta soffrendo le scellerate scelte attuate dalla politica e dal governo regionale in materia di sanità, scuole e trasporti, che le popolazioni all’ombra del versante occidentale del Gennargentu stanno pagando a caro prezzo in termini di disoccupazione, isolamento e spopolamento, problematiche sempre più gravi per la cui risoluzione non basta la fede nel santo e la sua intercessione.
Nonostante questo stato di cose, la festa di San Mauro resiste, portando avanti una tradizione secolare, e anche se gli antichi fasti sono un ricordo lontano che si dissolve nel silenzio di quella vallata, anche quest’anno verrà violato da quanti, fedeli o meno, hanno deciso di non arrendersi e si daranno ancora una volta convegno il 26, 27 e 28 maggio, sotto quel grande rosone in trachite, oggi più che mai, simbolo di una terra che meriterebbe un avvenire decisamente migliore.











