Oggi è dura, penso sia chiaro per tutti, non sarà facile per me riuscire a condensare in poche parole l’effetto di quest’album nei miei confronti.
Ci troviamo di fronte ad una band con trent’anni di carriera sulle spalle, apripista della scena Nu Metal, in grado di mescolare un growl animalesco quasi tribale, atmosfere dark e synth da fare invidia a Depeche Mode e Gary Numan, superare tranquillamente band come Orgy oppure addirittura Fear Factory come decadenza e furia, avallare per primi la svolta naturalistica dei Sepultura, maciullare dubstep con Skrillex, lasciandosi scivolare poi ogni amara critica, una band che definire leggendaria è assolutamente giusto tranne che per il fatto che è ancora viva e vegeta e quindi con ancora molto da dire, soprattutto perché, ogni volta che la band di Bakersfield ha – bisogna ammetterlo – compiuto quello che la critica ama definire un passo falso, poi è stata in grado in maniera dirompente di recuperare la rabbia dal passato; è successo già con “Take A Look At The Mirror”, con “Remember Who You Are” e ora, rieccoci qua a tessere le lodi del quattordicesimo album dei californiani Korn.
“Reqiuem” in realtà è tutto tranne che un componimento di fine, anzi, per me la band capitanata da Jonathan Davis, al momento orfana di Fieldy e per sempre di Silveira, suona il ritorno in grande stile dopo i passi quasi anonimi (più che falsi) dei due precedenti album che, ammetto, provai ad ascoltare appena usciti senza il benché minimo convincimento, capitolando immediatamente.
Mi ripeto, questa volta è diverso, e me ne sono accorto immediatamente appena “Forgotten” ha iniziato a propagarsi nei miei padiglioni auricolari in tutta la sua compatta perfezione: riff iniziale spaccaossa, tappeto elettronico leggerissimo, virata melodica e poi di nuovo sfuriata, come se in pochi minuti si fosse riuscito a condensare tutta la storia della band e tutte le sue evoluzioni. Proseguiamo veramente motivati, “Let The Dark Do The Rest” ha quel qualcosa di Untouchables che non risuona nostalgico ma è proprio DNA che continua ad esprimersi chiaramente dopo venti anni.
“Lost In The Grandeur” ha su di me lo stesso effetto di un tagliaerbe affilato che livella una foresta, le chitarre di Head e Munky che affettano le mie orecchie mentre la voce di Davis sussurra nei loro resti con crudele dolcezza.
Questo è quello che vogliamo dai Korn, questo è quello che hanno inventato 30 anni fa, rimanendo gli unici, insieme ai Deftones, veri e propri paladini di quello che noi ventenni del 2000 chiamavamo Nu Metal.
“Disconnect” è un singolo spaventoso mentre “Hopeless And Beaten” strizza l’occhio quasi ad un Death Sludge in cui Davis, da sempre in grado di alternare (dopo averlo inventato) un growl animalesco inimitabile ad un flebile sospiro ci ammalia, immobilizza e quasi commuove, riportandoci ai tempi andati in cui sentivamo dentro la nostra pelle i dolori del giovane ragazzo californiano.
“Penance To Sorrow”, “My Confession” ci accompagnano fino alla conclusiva “Worst Is On Its Way” dove, a 2:13, riecco l’urlo di Jonathan, quello diventato grido generazionale già da “Chi” – chi ricorda sa, nel 1995 e nel 2013 –
Il viaggio è finito, 33 minuti di ipnosi per ritrovarci pronti a guardare sempre avanti ma con sempre i nostri stessi occhi di un tempo, quelli di chi ha veramente vissuto la fine degli anni ’90 ed i primi 2000.
Non è ancora il momento di essere Leggende, c’è ancora molto da vivere insieme.
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