Coraggio, impegno, serietà e costanza nella lotta per i diritti delle donne sono la cifra che ha contraddistinto Nadia Gallico Spano, madre costituente, che è stata ricordata il 2 giugno al secondo Congresso delle Donne Sarde, L’inarrestabile marcia verso la parità, organizzato a Cagliari da Coordinamento 3- Donne di Sardegna (qui il racconto di Francesca Mulas). Nadia Gallico Spano è stata un’attivista ante litteram dei diritti delle donne, in un momento storico in cui ad esse era ancora riservato il solo compito di angelo del focolare.
La vita di Nadia Gallico Spano
Nasce a Tunisi il 2 giugno del 1916 dove la sua famiglia italiana si era stabilita tra quelle della piccola borghesia. Il padre era un avvocato fiorentino e la madre una farmacista, nata a Tunisi e anch’essa di famiglia toscana, una delle prime donne a laurearsi nell’Africa del nord. Nadia ha due fratelli e una sorella e cresce in una famiglia in cui si dà molta importanza allo studio e alla cultura e, in particolar modo per le donne, alla loro indipendenza economica. Nella sua famiglia l’impegno politico ha grande valore. Il padre è un attivo anti-fascista, i fratelli si iscrivono al partito comunista di Tunisi al quale anche Nadia aderirà nel 1939.
Nel 1938 arriva a Tunisi un inviato del Partito Comunista, Velio Spano, che Nadia sposerà nel ‘39. Dall’unione con Velio nasceranno tre figlie.

Nadia è impegnatissima in attività politiche e più si fa stretta la morsa del fascismo, più lei intensifica il suo impegno curando la rubrica delle donne e del bambino su Il Giornale diretto da Giorgio Amendola e Velio Spano, organizzando azioni di solidarietà tra le donne, prendendo contatto con l’organizzazione femminile antifascista di Parigi. Diffonde il giornale Noi Donne e organizza il primo gruppo dell’U.D.I. (Unione delle Donne Italiane) di Tunisia. Casa Gallico è centro di queste attività ma con la guerra ogni loro iniziativa è dichiarata illegale. Questo costerà a Nadia, a un fratello e una sorella, l’incarcerazione. Il marito della sorella sarà condannato a morte. Per Nadia la pena sarà meno severa in quanto stava allattando la sua seconda figlia e verrà rimessa in libertà, anche per poter essere usata come esca per la cattura di Velio. Le vicissitudini della guerra non scalfiscono la lealtà di Nadia agli ideali comunisti e alla lotta anti-fascista e quando Tunisi verrà liberata il 7 maggio 1945, Nadia si fa partecipe della ricostruzione legale del Partito Comunista, assumendo ruoli di responsabilità in seno agli organismi dirigenti.
Il suo legame con la Sardegna

Dopo la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo nel 1945, Nadia verrà inviata in Sardegna per verificare in quali condizioni si trovassero le donne e se vi fosse presente un qualche tipo di movimento.Nella sua prima permanenza di circa due mesi, trova un’isola molto arretrata, soprattutto nei paesi. Resta impressionata dallo sfruttamento del lavoro nelle miniere e dalla ripercussione negativa sulla vita delle famiglie.
Tornerà in Sardegna a più riprese, fino a stabilircisi definitivamente nel 1948. Ma prima di questo continua a lavorare a livello nazionale per i diritti delle donne che si rivelano essere una forza importantissima per la ricostruzione di un paese devastato dalla guerra. Il periodo sardo si mostra come il più impegnativo, dove le donne partecipano attivamente alle battaglie contro la chiusura delle miniere, all’occupazione delle terre, elaborando documenti e piattaforme di lotta, secondo ideali di emancipazione, per l’affermazione del loro diritto al lavoro, allo studio, ai servizi sociali, a condizioni di vita più civili e soprattutto per una piena parità e per una loro diversa collocazione nella società. Il suo lavoro poi si svolgerà tra la Sardegna e Roma, a partire dal 1958, sempre più impegnata in viaggi, congressi e nella diffusione di un messaggio di parità e pace.
Una vita lunga, che si spegne a pochi mesi dal compimento dei 90 anni e una grande eredità morale che lascia a noi tutti. Durante la giornata del secondo Congresso delle donne sarde abbiamo incontrato la seconda figlia di Nadia, Chiara Spano che, nell’accogliere il lascito materno, ne delinea un profilo integerrimo. “Abbiamo trasformato gli ideali che ci ha trasmesso, in azioni concrete. Era quello che faceva lei”.










