Parità di diritti, condizioni eque di lavoro, accesso alla sanità pubblica. Con queste richieste il 9 marzo 1952 il Teatro Massimo di Cagliari accolse tremila donne da tutta l’Isola per il primo Congresso delle donne sarde, un momento storico importantissimo per fare il punto sulla questione femminile in Sardegna. Giovedì 2 giugno, settant’anni dopo quella data storica nel giorno della Festa della Repubblica e delle Madri Costituenti, lo stesso Teatro Massimo ha accolto l’evento “1952-2022, l’inarrestabile marcia verso la Parità”, secondo congresso delle donne sarde organizzato dall’associazione Coordinamento 3 con la presidente Carmina Conte, la vicepresidente Carla Puligheddu e la presidente onoraria Pupa Tarantini che hanno coordinato un gruppo di lavoro in collaborazione con enti pubblici, amministrazioni, associazioni e movimenti e sponsor privati. Un momento di riflessione che ha preso spunto proprio da quella giornata di settant’anni fa per capire come proseguire quel cammino che ha distinto il movimento per la parità nell’ultimo secolo.

“Quella marcia è stato definita silenziosa – così Ester Cois, prorettrice con delega all’Uguaglianza di Genere dell’Università di Cagliari e sociologa – ma non lo è: le donne sono sempre scese in piazza per rivendicare i loro diritti”. Oggi sappiamo che il Congresso delle donne del 1952 silenzioso non lo è stato, ma purtroppo la sua memoria è stata trascurata. Ostacolata, certamente, in primis dalle istituzioni (allora guidate dalla Dc) assenti in quel consesso, e poi dalla Chiesa, che attraverso il suo organo di stampa regionale, “Il quotidiano sardo”, definì le delegate “Le vispe comari del Massimo” attaccando ferocemente il congresso “senza dio e senza fede, e perciò nato morto” come ricorda Mariarosa Cardia, storica dell’Università di Cagliari e figlia di una delle donne organizzatrici di settant’anni fa. Nonostante le azioni di boicottaggio, il congresso portò a Cagliari circa tremila donne, 2.200 delegate, da 191 Comuni in rappresentanza di decine di associazioni nate su tutto il territorio sardo, ciascuna con le sue istanze e le sue peculiarità ma animate dal desiderio di scardinare luoghi comuni e discriminazioni e avviare una stagione di riforme.

Tra le anime del Congresso, organizzato da Unione donne sarde a cui appartenevano rappresentanti di tutti i partiti, democristiane, socialiste, comuniste, cattoliche, repubblicane, liberali e sardiste, Nadia Gallico Spano, nata a Tunisi nel 1916 da famiglia livornese, antifascista, comunista e poi scelta tra le Madri Costituenti nel 1946, trasferitasi in Sardegna nel secondo dopoguerra. A lei, al suo grande impegno per le donne sarde e alla giornata del 2 giugno 1952 è stata dedicata una delle sessioni di approfondimento del congresso odierno, con una ricostruzione affidata alle storiche e ricercatrici Franca Mandis, Mariarosa Cardia, Antonietta Mazzette, Ester Cois, Maria Lucia Piga, Vittoria Tola, Pupa Tarantini presidente onoraria di Coordinamento 3 e Luisa Sassu presidente di Anpi Sardegna, e allo storico Stefano Pira. Con loro c’era anche Chiara Spano, figlia di Nadia, che abbiamo incontrato per una breve intervista.
I lavori del secondo Congresso delle donne sarde sono poi proseguiti per tutta la giornata con approfondimenti, proposte e tavole rotonde (con focus su Lavoro, Salute delle Donne, Violenza di genere e Rappresentanza) che hanno coinvolto esponenti della politica, delle istituzioni, dell’imprenditoria, dell’Università e di tantissime associazioni e movimenti, accompagnati da mostre dell’artigianato sardo, mostre fotografiche e documentarie e dalle letture dell’attrice Lia Careddu. Un nuovo passo per la parità che parte dalla memoria di quelle donne che settant’anni fa hanno compiuto, insieme, il primo passo verso un cammino inarrestabile.










