“Questo è un comunicato che non avrei mai e poi mai voluto scrivere. Dario, l’amico di una vita, il compagno di 30 e passa anni di avventura musicale, una delle persone più brillanti, eccentriche, geniali, uno dei chitarristi più originali, unico nel suo stile, un artista, un pilastro della mia esistenza .Dario ieri se ne è andato non c’è più. Un male tremendo, implacabile, se l’è portato via”.
Il mesto annuncio scritto da Cristiano Santini e apparso stamane nella pagina Facebook dei Dish-is-Nein non lascia spazio a interpretazioni errate. Dario Parisini non è più fra noi. Una morte annunciata, purtroppo, alla fine di una lunga malattia contro la quale ha combattuto con tutte le forze, che ha lasciato sgomenti i compagni di viaggio, i colleghi e tutto il mondo musicale bolognese e del resto d’Italia.
Il nome di Dario è indissolubilmente legato a quello dei tanto discussi “Disciplinatha ,che criticava e negava e come tale era destinato ad essere criticato e negato ha il merito di aver tracciato un solco profondo e fuori dal coro nella storia della discografia italiana. Talmente profondo, che oggi a distanza di tanti anni, fa ancora discutere e infervorare” come scrivevamo su Nemesis Magazine il 19 dicembre 2020. Disciplinatha. Critica e negazione di una band politicamente scorretta
Ma anche ai Post Contemporary Corporation e sul finir del millennio ai Massimo Volume ai quali per un breve periodo, ha prestato la sua chitarra. In tempi recenti, nel 2017 con gli ex compagni d’avventura Cristiano Santini e Marco Maiani aveva dato vita al progetto folk industrial dei Dish-Is-Nein. Ma Dario non era mai uscito dal mondo della musica. Poco avvezzo ai lavori “normali”, messa in stand by la fase creativa, si reinventò come backliner, fonico, assistente di produzione e tour manager. Una serie di lavori per i quali ha rivendicato dignità e riconoscimento anche lo scorso anno in occasione delle manifestazioni dei “bauli neri“, anche attraverso un duro comunicato a sua firma, apparso nel profilo Facebook della sua band:

“Non in piazza semplicemente per chiedere l’elemosina dopo 419 giorni di ferma totale, ma anche per ribadire l’esistenza e l’orgoglio di un settore altamente specializzato, invisibile e sottoposto a sacrifici endemici mai sufficientemente riconosciuti e completamente deregolamentati. Un flash mob estetico, perché per noi che si produce estetica ed onirico. Nessuna rabbia, ma amarezza, l’esprimere amore per ciò che facciamo in cui spesso non vi sono scuole, corsi, ecc., lo si impara sul campo, dormendo poco tra una data e la successiva. Datori luce, elettricisti, fonici, Fn manager, direttori di produzione, tour manager, backliners, band assistant, assistenti di produzione, artisti, addetti booking, gestori di club, promoters, scaffholder, società di service audio luci, strutturisti ecc., per dire noi ci siamo e non solo per darvi il 40% su ogni fattura. Siamo quelli “che ci fanno divertire” inciampava malamente un anno fa qualificandoci così l’ex premier Conte/Brian Ferry…No, siam qualcosa di più. Persone con una vocazione pari a quella dei militari ed i preti veri, gente che al netto del sacrificio e del profitto a fine anno, difficilmente potrebbe fare altro. Ma “nel paese dell’arte” lavorare al ciò se non è l’Opera, la classica o il teatro di prosa/tutti settori foraggiati ed iper protetti/sindacalizzati da sempre, non esisti. Sei una partita iva che lo stesso commercialista non sa come meglio inquadrarti… Terzo mondo vero al pari degli sbarchi a cazzo. In Piazza sabato c’erano quelli vestiti di nero e che lavorano nella penombra, in mezzo a nebbie artificiali, che viaggiano di notte e che aprono e chiudono bauli in tempi record, non incendiano e ribaltano cassonetti per il TG3”.
Questo era Dario. Un vero “Battagliero”, – la definizione è di Gianni Maroccolo – che si è sempre speso genuinamente per il suo ideale artistico e per la sua professione, e che anche per questo lascia sgomenti amici e colleghi. ” Nulla sarà mai più come prima, nulla”. – ha aggiunto Santini – “Ci lascia un vuoto umano prima ed artistico poi assolutamente incolmabile, una voragine, un dolore insanabile. Quello però che rimane, forte, fulgido, incancellabile, sono le centinaia, migliaia di momenti vissuti e condivisi assieme. Ciao amico mio, è stato un onore, una gioia incommensurabile essere con te per tutto questo tempo”
Dario, dopo lo stop dell’attività dovuta alla pandemia, aveva una gran voglia di tornare sul palco. Purtroppo non c’è riuscito. A noi rimangono i suoi dischi, la sua garra umana ed artistica e quel volto d’adolescente nel film ‘Impiegati’ di Pupi Avati, dove sperimentò ben presto “come funzionasse ad essere diverso”. Profezia che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita.
Foto copertina di Andrea Bastoni











