Dicono che nei lunghi e noiosi viaggi in bus in quell’estate di quarant’anni fa risuonasse una sola canzone. Era la preferita di Enzo Bearzot, e tutti gli altri della squadra finirono per affezionarsi. Li immaginiamo, in quei giorni di Spagna ’82, mentre attraversando il paese da uno stadio all’altro, dalla Galizia all’Andalusia alla Catalogna, cantavano tutti in coro il ritornello, “Cuccuruccucu, Paloma, ahi ahi ahi ahi ahi…”. Quel meraviglioso album “La voce del padrone” di Franco Battiato era uscito un anno prima, ma finì per diventare la colonna sonora dei giochi di Spagna 1982, dei cortei in auto con le bandiere tricolore, dell’estate magica che cambiò per sempre la memoria di una nazione intera.
I Mondiali del 1982 non furono solo la vittoria degli Azzurri al torneo di calcio più importante al mondo, non solo la coppa sollevata con una gioia incontenibile da Dino Zoff. E se oggi, quarant’anni dopo quell’11 luglio, ci voltiamo indietro e ripensiamo ai novanta minuti di Italia – Germania Ovest, 3 a 1 per l’Italia, abbiamo chiarissima la percezione che quella notte ha segnato la nostra storia. E forse l’ha cambiata in meglio, regalando a milioni di persone istanti di spensieratezza e fiducia in un momento storico nerissimo.
Un momento buio
L’Italia arrivava da un periodo triste: appena due anni prima, al culmine degli anni di piombo, un attentato terroristico alla Stazione di Bologna causò 85 morti e centinaia di feriti; nello stesso 1980 un terremoto seppellì quasi tremila persone in Irpinia mentre nel maggio 1981 il giovane Ali Agka ferì gravemente con due colpi di pistola al Papa Giovanni Paolo II in mezzo alla folla terrorizzata di piazza San Pietro; il 18 giugno 1982, cinque giorni dopo il fischio di inizio del Mundial, il banchiere del Banco ambrosiano Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto un ponte del Tamigi.
In mezzo a questo clima non proprio lieto neppure il calcio godeva di ottima salute: il 1980 era stato l’anno del Totonero, un giro di corruzione che aveva portato la Guardia di Finanza fin dentro gli stadi di sei città italiane per l’arresto di dodici calciatori al termine delle partite: un brutto spettacolo a favore di telecamere per uno sport che fino a quel momento pareva pulito. Tra gli indagati c’era anche Paolo Rossi, 23 anni, giocatore del Perugia accusato di aver truccato la partita con l’Avellino. Venne assolto dall’accusa di corruzione ma il tribunale sportivo gli inflisse due anni di sospensione. Fu riabilitato nell’aprile del 1982 giusto in tempo per la convocazione in Nazionale in vista dei Mondiali di Spagna. Non esattamente un finale felice: tifosi e stampa non gradirono per niente quella scelta e attaccarono ferocemente l’allenatore Bearzot.

E all’improvviso i campioni
Un esordio un po’ sgangherato, per Paolo e gli altri, che nelle prime tre partite collezionarono altrettanti noiosi pareggi. La svolta arrivò al secondo girone, e da lì gli italiani in volata riconquistarono la fiducia dei tifosi italiani regalando momenti di gioco spettacolari. Tutto accade in pochi giorni: il 29 giugno gli Azzurri vincono contro l’Argentina di Diego Maradona, il 5 luglio contro il Brasile di miti come Zico, Falcao e Socrates in quella che passò alla storia calcistica come la tragedia del Sarrià, l’8 luglio contro la Polonia. Protagonista assoluto un redivivo Paolo Rossi che segna cinque gol in due partite ed entra nel cuore dei tifosi dalla porta principale con l’affettuoso nome di Pablito. I brasiliani non gli perdoneranno mai quei tre gol e anche anni dopo sarà ricordato carrasco do Brasil, il boia.
I canti, i cortei, il bagno nella fontana di Trevi
Infine, la finale: l’11 luglio 1982 l’Italia sfida la Germania Ovest nello stadio Bernabeu di Madrid. Il resto è storia ben nota. La formazione azzurra Zoff – Bergomi – Cabrini – Gentile entrò nella memoria del paese, come vi entrarono le immagini simbolo di quei novanta minuti: l’urlo in corsa di Marco Tardelli, il presidente Sandro Pertini in tribuna che al primo gol di Pablito applaude composto, poi si lascia andare a una gioia festosa accanto a un impietrito Juan Carlos, il fischio finale dell’arbitro con quel triplo annuncio del cronista, “Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”. In quei momenti nelle case italiane si ascolta all’unisono la telecronaca Rai di Nando Martellini sparata dai televisori a colori, che in quell’estate avevano avuto un boom di vendite.

E poi le auto in carosello fino a notte, i tricolori portati in corteo a piedi e in macchina, i cori e i canti, il bagno nella Fontana di Trevi (“non c’è niente di felliniano, i vigili hanno chiuso un occhio e i bagni sono stati concessi”, commentava un serissimo Bruno Vespa al tg della notte), bande musicali più o meno improvvisate che suonavano l’inno di Mameli in strada. Il Paese si risvegliò con l’ebrezza della vittoria, un senso di spensieratezza verso il presente, un pizzico di speranza per il futuro.
Quell’estate iniziava così, con una grande festa popolare collettiva, un nuovo inizio un po’ più felice di come erano iniziati quegli anni Ottanta. E sullo sfondo una colonna sonora che faceva così: “Cuccuruccucu, paloma”…
(La foto è di Emidio Leopoldi da Archivio Storico Fotografico Leopoldi)










