Ad un certo punto della propria carriera musicale, Andrea Schirru ha capito di poter osare e costruirsi un proprio posto nel mondo. Attratto sin dalla più tenera età dal jazz, dalla black music e dal pop/rock, una volta conclusi con successo gli studi al Conservatorio di Cagliari, è diventato un oggetto pregiato del desiderio di molti musicisti, band, progetti musicali ogni volta diversi.
Il debutto alle tastiere della band alternativa Chemical Marriage, poi una lunga lista di collaborazioni e soddisfazioni personali che di recente l’hanno portato alla svolta: uno spettacolo del tutto personale, in solo, al piano. La sua casa. Ed è così che ha voluto raccontare quando e come è arrivato a questa scelta.

Quanto ami la musica e quanto ti mette a nudo?
Dopo i miei affetti la musica è la cosa più importante; si tratta letteralmente di una necessità, quasi una dipendenza, perché spesso ho un bisogno fisico di lei. La concepisco come un’esperienza catartica, mi aiuta a depurarmi e a esprimermi nella mia essenza più autentica: sono io all’ennesima potenza e attraverso di lei comunico le mie emozioni e i miei sentimenti più sinceri.
Sei partito da band alternative e sperimentali e poi in questi anni hai fatto parte di tantissimi progetti diversi. Come ti sei trovato in questa evoluzione?
Ho sempre ritenuto che per crescere fosse necessario affrontare sfide sempre nuove ed è anche per questo motivo che ho esplorato tanti stili e ho compiuto esperienze musicali così variegate. Inoltre possiedo fin da bambino un’innata curiosità che mi porta ad approfondire, ricercare, scoprire e appassionarmi a tantissimi generi e culture musicali, questo fa sì che poi senta la necessità di suonare o provare a scrivere utilizzando nuovi idiomi, nuovi suoni, nuovi stili e nuove forme.
Non è facile trovare un posto nel mondo della musica. Che formazione hai acquisito nel tempo? Continui ancora oggi a studiare?
Fin dai primi passi ho sempre percorso due strade parallele: da una parte lo studio rigoroso della materia (Pianoforte Classico e successivamente Jazz al Conservatorio di Cagliari) e dall’altra la sala prove con le band. Questo mi ha permesso da una parte di acquisire competenze specifiche che sono confluite nell’insegnamento e nella pratica singola e collettiva e dall’altra di impadronirmi di un bagaglio creativo enorme al quale attingo quando scrivo musica. In generale ritengo che lo studio sia uno degli aspetti più importanti per l’evoluzione di un musicista ed è un processo di ricerca costante che praticamente non finisce mai.

Sei passato da essere parte di un tutto ad essere un “tutto in uno”. Com’è passare ad un evento solista?
Diciamo che le due strade parallele di cui ho parlato precedentemente si sono finalmente unite. La verità è che ho studiato tanti anni per riuscire ad esprimermi, oltre che come sideman, come solista e ultimamente ho trovato il modo più convincente per farlo: attraverso la mia musica, scritta da me ed eseguita da me. Detto questo mi piace anche suonare brani scritti da altri, ma cerco di farlo sempre in maniera molto personale e devono essere facilmente riplasmabili a mio gusto.
Qual è il miglior complimento che ti è stato recapitato e quale la delusione più cocente?
Non ho una classifica del miglior complimento, in linea di massima mi fa incredibilmente piacere quando qualcuno ascolta quello che suono, si emoziona e nel post concerto lo esterna in maniera spontanea e mi racconta quello che ha provato: non c’è soddisfazione più grande! Invece la delusione più cocente fu durante la prima delle due date in cui suonai le tastiere nella band sarda di Simone Cristicchi… All’epoca ero ancora convinto che esistessero musiche “facili”, mentre la verità è che in musica l’unica cosa facile è sbagliare, basta distrarsi un attimo o, peggio, dare per scantato alcune semplici cose. Per farla breve non avevo alcuna esperienza come “tastierista pop” e nonostante avessi imparato bene le canzoni non ero in grado si passare rapidamente da uno all’altro brano e quindi mi feci trovare impreparato in diversi momenti del live; inutile dire che il post concerto fu terribile, mi sentii incredibilmente inadeguato e frustrato, non dormii per tutta la notte. Però la lezione mi servì tantissimo e ora sto attento non solo ai brani più semplici, ma anche ai più piccoli dettagli, che spesso sono determinanti per la buona riuscita di una performance.
Come trovi il mondo musicale oggi?
Onestamente trovo che oggigiorno ci siano molte più possibilità, molti più mezzi e molti più luoghi, fisici e virtuali, per poter imparare, condividere e soprattutto esprimersi attraverso la musica; forse non è semplice fare una buona scrematura e intraprendere un percorso lineare, però potenzialmente trovo che ci siano molte più opportunità. Per quanto riguarda i dischi e la musica prodotta ultimamente dipende: se parliamo di musica squisitamente commerciale, quello che sento raramente mi piace (ma è sempre stato così da quando ho iniziato ad ascoltare musica!), se invece parliamo di musica in generale attualmente ci sono un sacco di band, progetti, dischi e musiche interessanti che mi piacciono e che mi appassionano. Diciamo che, a dispetto delle apparenze, non sono un sostenitore del “si stava meglio quando si stava peggio”.
(Foto credit: Stefano Zedda)










