Durante la sfilata di AVAVAV per la collezione autunno inverno 2023/24 gli abiti delle modelle hanno iniziato a sfaldarsi mentre camminavano. Quando accadeva, le ultime sfilate delle quattro capitali della moda, da New York a Milano passando per Parigi e per una Londra ancora affaticata, ci hanno mostrato una volontà di riabilitazione degli ultimi quindici anni almeno. Tutti i marchi presi in un vortice di riconciliazione con se stessi ritornano alle origini: Balenciaga fa un balzo all’indietro dopo lo scandalo della nefasta recente campagna pubblicitaria e Jeremy Scott dopo dieci anni lascia la direzione artistica di Moschino decretando, per il momento, la fine delle chiassose opere d’abito ormai divenute note stonate nelle passerelle di tutto il mondo. Dolce e Gabbana ritorna alle origini con il tubino nero e il reggiseno in evidenza in ovazione alla femminilità del sud tanto cara al marchio e abbandonata in corso d’opera, Prada con Miu Miu esprime al meglio quell’inimitabile ugly chic che l’ha resa famosa e Marras, come abbiamo visto qui, si veste di Antonio prima maniera nell’ultima sfilata. Come nel gioco dell’oca dopo essere stati in prigione per qualche giro è come se i marchi all’unisono, dagli storici agli emergenti, abbiano avuto un’epifania. Tutto in prossimità della stagione a venire si è fermato, per lasciare aria di respiro a una ritrovata identità.

La moda di Beate Karlsson
Nel contesto nasce una realtà fresca di debutto che ci regala una nuova visione critica e ironica sulla contemporaneità: AVAVAV, marchio emergente con base a Firenze. Durante la sfilata che si è appena svolta a Milano per l’autunno/inverno della prossima stagione le modelle indossavano capi che hanno iniziato a disfarsi mentre camminavano. Così tacchi di scarpe spezzati che le costringono a rovinose cadute e lembi di tessuto letteralmente strappati di dosso sono diventati la performance di denuncia di una certa moda inutile che si sfalda al primo utilizzo. Perfino una parte di scenografia cade alle spalle di Beate Karlsson, direttrice creativa di AVAVAV, mentre saluta il pubblico a fine sfilata, il tutto nello sgomento generale degli spettatori che ancora continuano a chiedersi quanto ci sia di voluto e quanto ci sia di casuale. Il messaggio di Beate non lascia troppo spazio ai vestiti, la riflessione si sposta verso la velocità insostenibile delle produzioni contemporanee e la conseguente realizzazione non curata nel dettaglio, facendo diventare la sfilata una performance teatrale, che tutto ha a che vedere con la vendita di abiti. Si sa ormai che la moda è costume e che spesso lascia un messaggio più potente della buona manifattura indossata. Beate Karlsson nata a Stoccolma, classe 1995, avanguardista negli intenti fin da subito avendo studiato alla Parsons di New York e alla Saint Martins di Londra, segue quella scia della moda concettuale degli stilisti del Sol Levante: Rei Kawakubo, Yohji Yamamoto e Issey Miyake.
Gli stilisti del Sol Levante raggiunsero Parigi verso la fine degli anni Settanta e ci comunicarono che la bellezza non passa attraverso il corpo, ma lo esamina dall’ anima dandogli una nuova forma. Incompresi ed evoluti sono stati accettati e capiti dalla cultura occidentale dopo e ora, dopo Martin Margiela e altra decostruzione di cui sono capaci le nuove leve di oggi, arrivano ai giorni nostri con il solo concetto che lascia lembi invece di vestiti.
Beate Karlsson è affascinata da quella moda che parla e forse rappresenta una stanchezza comune verso l’invasione che abbiamo avuto negli ultimi anni di abiti mal confezionati, spesso senza un vero progetto di studio se non commerciale. La precedente collezione della Karlsson rievoca il fuori calendario dei Sei di Anversa che si presentarono nei parcheggi della Fashion Week di Londra appena usciti dall’Accademia e senza nessuna ufficialità diedero il via libera alla cancellazione di una moda snob ed eccessiva.
Con AVAVAV assistiamo ad una storia del vestire
AVAVAV preferisce il marchio di qualità Made in Italy nella veste contemporanea del concetto perfino scegliendo Firenze, città che ha dato i natali alla moda italiana nel 1951. Qualità e messaggio sono davvero quello che poi realmente compriamo? Forse è arrivato il momento di ritornare ad abbinare le due cose e dove il messaggio diventa più importante del tessuto che ti avvolge o dell’ impeccabile confezione, decretiamo inconsapevolmente un’attenzione a ciò che vogliamo trasmettere. La superficialità dilagante in ogni ambito non è solo una questione materiale: l’abito esiste se tu lo scegli consapevolmente e le collezioni di stagione le acquistiamo se ci raccontano una storia, anche se appena cominciata.










