con il contributo di Giacomo Pisano e le fotografie di Alec Cani
Il regista César Brie ha raccontato un male endemico della nostra isola usando come medium il teatro. Cinque anni di repliche, premi e tanta partecipazione nelle scuole: così “L’Avvoltoio” si fa portavoce di un dramma ancora in atto.
Vincitore del premio Franco Enriquez 2018 e del premio alla drammaturgia 2014, ‘L’Avvoltoio’ è uno spettacolo teatrale impegnato su un tema particolarmente sentito in Sardegna: la sindrome di Quirra e le vicende intorno al poligono sperimentale più grande d’Europa.
Dal testo di Anna Rita Signore, con regia di César Brie, dopo cinque anni dal suo esordio la produzione Sardegna Teatro porterà in scena al Teatro Massimo di Cagliari il 15, 16, 17 e 18 novembre alle 20.30 una storia di cui, nonostante si parli tanto, ancora si conosce poco. Quello che si sa è che, attorno al silenzio, alla poca chiarezza e ai quesiti ancora aperti, è appena giunto al termine con sentenza di assoluzione il processo che vedeva coinvolti otto comandanti della base imputati. L’opera teatrale porta sul palco una storia vera, ricorrendo all’espediente del teatro nel teatro, affrontando il tema oggetto della denuncia e intrecciandolo alle vicende umane che rafforzano il peso sociale dell’opera. Il lavoro di Brie, che ha scelto come aiuto regista proprio l’autrice del testo e dell’indagine, si è indirizzato a trasformare quanto scaturito dall’inchiesta, dal carattere necessariamente severo per la tematica trattata, in dialoghi e poesia. Pochi gli espedienti tecnici ma di grande efficacia: uno studio sapiente di luci e ombre restituisce al pubblico tutto il carico del dramma emotivo narrato.
La Sardegna ha una lunga storia di proteste contro l’occupazione militare e l’altissimo rischio di inquinamento dovuto alle sperimentazioni belliche. Basta citare la rivolta di Pratobello, a Orgosolo, quando nel 1969 tutti scesero in piazza contro la costruzione di un poligono. Studenti, agricoltori e pastori si unirono nella lotta in cui un ruolo importante, in prima fila, lo ebbero anche le donne. Quelle vicende sono divenute memoria indelebile, raccontate attraverso i murales, sulle pareti delle case del paese.
Il regista argentino, ideatore dell’opera solidale con cui ha deciso di aprire agli artisti il suo spazio creativo nella campagna piacentina (QUI l’articolo di Emilia Agnesa) nelle sue note alla regia descrive accuratamente come il lavoro svolto da tutto l’entourage determini questo risultato. Definisce ad esempio Loïc François Hamelin “poeta delle luci…ha capito subito cosa serviva”. E ancora le ambientazioni ricreate da Sabrina Cuccu, “creatrice di spazi metaforici”, i costumi realizzati da Adriana Geraldo “con l’idea metonimica di rendere, con segni e oggetti, i diversi personaggi”, il cast Emilia Agnesa, Agnese Fois, Daniel Dwerryhouse, Valentino Mannias, Marta Proietti Orzella, Luca Spanu, Luigi Tontoranelli, con musiche di Luca Spanu “entusiasta e disponibile a lunghe giornate di prove e serate di memoria”. Significativo il richiamo all’autrice del testo e dell’inchiesta nonché aiuto regista: “…lei ha insistito e io ho accettato”.
Per approfondire il senso di un’opera così sentita abbiamo rivolto alcune domande a César Brie.
Per la prima volta il teatro tratta il tema delle servitù militari. C’era bisogno di spostare la battaglia a un altro campo d’azione oltre che in politica e nelle piazze?
‘Le battaglie civili devono essere combattute in tutti gli ambiti. Mentre le scrivo i giudici di prima istanza hanno scagionato tutti i responsabili militari del poligono dei veleni. Mi sembra che ci sia ancora molto da fare’.
Tema di grande attualità grazie anche alle battaglie per l’ambiente, una scelta coraggiosa e netta rispetto al teatro d’evasione. C’è bisogno di più impegno?
‘Il teatro non si giustifica per il suo impegno sociale ma per la sua capacità di commuovere ed interrogare gli spettatori. Ma nella società un maggiore impegno crea una maggiore coscienza. La democrazia delega ai suoi rappresentanti ma dev’essere vigile e attenta come società per impedire alle caste di fare cose sbagliate. La casta che ha generato il disastro ambientale dovrebbe pagare le sue colpe’.
Grande partecipazione delle scuole con quasi 5 anni di repliche. È necessario un pensiero giovane e fresco per tentare di risolvere una questione antica?
‘Credo di sì. I giovani sono la risorsa del futuro. Dovrebbero vergognarsi i responsabili che hanno lasciato come legato ai propri figli, devastazione, inquinamento e avvelenamento’.
Come procede l’ambizioso progetto di creare un’oasi libera per il teatro?
Il mio progetto procede lento e inesorabile. Stiamo finendo il tetto della prima sala. Tra poco potremmo ospitare dieci persone. Con il tempo dovremmo avere due sale a disposizione e 16 posti letto. Lo sto costruendo soltanto con l’aiuto delle persone che hanno visto i miei lavori e che contribuiscono al nostro crowfounding.










