“C’era una bambina che viveva in un’isola, a stare coi grandi si annoiava e poi le facevano paura, i ragazzi della sua età non le piacevano perché giocavano a fare i grandi e quindi stava sempre da sola: con i cormorani, i gabbiani, conigli selvatici. Aveva scoperto una piccola spiaggia lontana dal paese, dove il mare era trasparente e la sabbia rosa. La natura aveva dei colori così belli e niente faceva rumore”. (Dal film ‘Il deserto rosso’)
Non è difficile immaginare Michelangelo Antonioni e Monica Vitti innamorarsi della Sardegna e delle sue spiagge isolate, nel 1964 ancora meno battute di oggi. Il regista del silenzio, dell’incomunicabilità, del dolore intrinseco nel fatto stesso di esistere e la sua compagna e musa non potevano che rimanere affascinati dal rumore silenzioso dell’acqua, del vento tra i cespugli, dalle rocce come di carne che, come nella sequenza girata sulla spiaggia di Budelli del film ‘Il deserto rosso’, sembra che cantino talmente sono vive.
‘Il deserto rosso’ è un film estremamente doloroso con il merito di avere una semplicità lineare: Giuliana, moglie di Ugo, è una donna tormentata e depressa arrivata al suicidio, spaventata dal progresso che incombe e che lascia indietro chi non vuole adattarsi rischiando di perdersi. Il suo senso di inadeguatezza e insoddisfazione, l’alienazione, l’impossibilità delle relazioni che falliscono anche quando c’è l’amore, la superficialità dell’esistenza che ad alcuni esseri umani appare chiaramente e lucidamente da far desiderare la morte, sono i pilastri centrali della sua personalità e della trama del film. Il marito distratto, l’amante anch’esso in fuga in un peregrinare continuo intorno al mondo, il figlio che è amore e dovere soffocante al tempo stesso, sono un contorno di uomini a un dramma di donna: le fabbriche di Ravenna, la violenza dell’industrializzazione prettamente maschile (soprattutto in quegli anni) fanno sognare a Giuliana la storia della bambina (Beatrice Pala) sulla spiaggia di Budelli, sola, felice, immersa nell’azzurro e nel rosa.
E fu proprio mentre giravano le sequenze del film ambientate in Sardegna che i contrasti delle rocce e della quiete del mare conquistarono la coppia, che decise di costruire in Gallura un intimo rifugio lontano dai riflettori. Il progetto venne affidato a Dante Bini, che in quegli anni aveva messo a punto un sistema di costruzione chiamato “binishell”, un metodo avanguardistico che “costruiva con l’aria”, sollevando da terra il calcestruzzo ancora fuso.
Il progetto venne portato a termine nel 1971, poco prima del tramonto della storia d’amore tra Antonioni e Vitti. Venne frequentata dalla coppia per delle lunghe estati felici, ma non solo: come testimoniano delle famose polaroid del regista sovietico Andrej Tarkovskij, la casa Cupola era anche ritrovo di importanti personalità del cinema internazionale, forse culla di progetti purtroppo mai nati.
Ora la casa Cupola versa purtroppo in uno stato d’abbandono, ma si spera che non tocchi anche a lei le sorti della relazione tra Michelangelo Antonioni e Monica Vitti: macerie di un amore e di ricordi che hanno fatto la storia del cinema, un monito di cemento a non dimenticare quello che di grande ha da offrirci la vita in Sardegna e quanto la Sardegna ha ancora da offrire al cinema.










