
Ieri Paolo Nori ha rischiato di non potersi lavare i denti: è dovuto uscire di corsa per non perdere l’aereo che l’avrebbe portato in Sardegna, a Neoneli, dove lo scrittore è stato invitato per partecipare a Licanìas, il festival di parole arti e paesaggi, giunto alla sesta edizione. Anche qui, nel piccolo borgo del Barigadu, regione storica sulle colline della provincia di Oristano, la ferita che lo scrittore emiliano si porta appresso da quarantaquattro anni ha sanguinato. Lo ha notato il pubblico che si è assiepato nel largo Margherita per assistere allo spettacolo tratto da “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij” (Mondadori, 2021, 288 pagine), il libro autobiografico che narra l’incontro e il rapporto di Nori con il gigante della letteratura russa.
La ferita di Fëdor, la vita di Nori
Una ferita che si è aperta quando il giovane Paolo ha solo 15 anni e prende in mano un volume dalla biblioteca del nonno. “L’appassionato di letteratura in casa era lui — racconta Nori — leggeva fino a crollare con la testa sul libro”. È così che Paolo incontra il giovane Raskòl’nikov, e i suoi tormenti. Il protagonista del libro che sta leggendo a un certo punto della sua esistenza si chiede quanto valesse: se nulla come un insetto o immensamente come Napoleone. E poi, “io son poi da solo, e loro sono tutti”. Ecco il fendente. Ecco la ferita che Dostoevskij apre nella vita del giovane Paolo Nori con il suo Delitto e Castigo. Nori da allora ha iniziato a farsi la stessa domanda, e a porla alle persone a lui più care. Come a sua figlia, mentre lui scriveva il libro e lei lei aveva quindici anni. “La risposta che ricevo è sempre la stessa – spiega – allora mi chiedo come sia possibile che un libro scritto 156 anni fa, a tremila chilometri di distanza, possa ancora parlare, emozionare, interrogare nel profondo donne e uomini di tutte le età, ancora oggi”.

Una ferita che nessuno è più riuscito a suturare. Lo stesso Nori, d’altronde, non ha mai voluto che guarisse. Come si può far guarire la passione con un intervento esterno? Impossibile. Anzi, è lo stesso scrittore che negli anni ha lasciato che quella ferita sanguinasse forte.
“Sono andato a cercarmene altri romanzi che mi ferissero”. E ne ha trovati. Perché la sua vita è la letteratura. Leggere e scrivere. “Quando leggo mi rendo conto che mi scorre il sangue nelle vene. Mi rendo conto di essere vivo”. E quando scrive “non voglio che nessuno mi disturbi, non voglio nemmeno che qualcuno mi passi davanti”.
Quarantasei libri, oltre dieci traduzioni dal russo, un numero incredibile di articoli per il manifesto, il Fatto Quotidiano, Libero, il Foglio, il Post, creazione e partecipazione a blog e riviste. Altroché se è aperta la ferita. Aperta e sanguinante. Lo ha visto con i propri occhi il pubblico di Licanìas, quando gli occhi di Nori si stavano riempendo di lacrime e la sua voce si è rotta mentre leggeva un brano di Dostoevskij riportato nel suo libro.
Sanguina ancora

Fa venire voglia di prendere, o riprendere, in mano Dostoevskij e i classici russi Nori. E non solo per quell’aggettivo dal sapore un po’ click-baiting — “incredibile” — contenuto nel titolo del suo libro.
Il termine è usato con cognizione. Perché la vita di Dostoevskij ha davvero dell’incredibile. Un esempio? Nel 1848 stava per subire una condanna a morte per aver letto in pubblico una recensione di un critico su Gogol’. Com’è noto, la reazione zarista a ogni istanza anche lievemente riformatrice non andava tanto per il sottile. Fëdor era infatti già al patibolo, in piazza Senonov, a Pietroburgo, davanti al plotone di esecuzione quando arriva una lettera dello Zar che concede la grazia a lui e ai suoi venti compagni di sventura, tramutando la pena capitale in quattro anni ai lavori forzati in Siberia, e dieci di reclusione.
Nei cinque minuti che lo separavano dall’incontro con la morte Fëdor pensa che se dovesse miracolosamente sopravvivere a quella condanna, avrebbe vissuto il resto della sua vita con quell’ardore, con quella passione per la vita di quegli ultimi cinque minuti.
Le cose non andarono esattamente così. In Sanguina Ancora emergono le debolezze, le nevrosi, le miserie, se vogliamo, ma anche la dolcezza e la grandezza dell’uomo, il suo talento, anche nel riuscire a trovare un appiglio a cui sorreggersi dopo i vari naufragi di cui è costellata la sua vita. Il più solido, il più sicuro: sua moglie Anna Grigor’evna Snitkina. Ma un aspetto è sicuro, secondo Nori: sono queste esperienze, a partire dall’incontro scampato con il boia, a dare linfa al grande talento di Dostoevskij. Lo stesso che importanti critici e autori russi dell’epoca, come Belinskij e Nekrasov videro nel giovane autore di Povera gente. Un talento che fatto di Dostoevskij il gigante che conosciamo tutti ma che apprezziamo ancora di più se a raccontarlo, emozionato come se avesse quindici anni, è Paolo Nori.
P.S.: A fine giornata di spazzolini, Nori, ne ha ricevuti due: nessun dente o gengiva è stato maltrattato e ha sofferto durante Licanìas










