La madre di Frankenstein è morta il 30 agosto del 1851 a Londra, lasciando un’eredità letteraria che ha segnato l’immaginario collettivo.
Quando la sua penna, per una sorta di divertissement tra amici, diede alla luce ‘Frankenstein o il moderno Prometeo’ aveva appena diciotto anni. La narrativa gotica era all’apice del suo successo e le mode dell’epoca includevano incursioni nell’occulto e nella magia. Mary Shelley si spinse oltre, allargando il genere alla fantascienza e creando un personaggio tragico divenuto emblema del romanticismo.
La storia di questa creatura è nota, meno conosciuto invece è il fatto che la Shelley, fin da ragazzina, coltivò ideali di cooperazione, di condivisione e comprensione, soprattutto fra donne, divenendo un’antesignana del femminismo. Mary, nata Godwin e divenuta Shelley dopo aver sposato il celebre poeta altrettanto oscuro, ebbe da lui una bambina, Clara, che morì dopo solo due settimane di vita, precipitandola in una depressione grave.
Il marito decise allora di ritirarsi con lei e alcuni amici a villa Deodati, sul Lago di Ginevra. Le particolari condizioni climatiche, causate da un’eruzione vulcanica in Indonesia, fecero sì che la pioggia scorresse incessante per giorni e, per vincere la noia, gli ospiti della villa si proponessero di creare ognuno un racconto dell’orrore. Gli amici della coppia erano William Polidori, autore de “Il Vampiro” e Lord Byron, padrone di casa, che scrisse “Il prigioniero di Chillon”. L’aria nefasta dovuta al perenne temporale e la lettura di fiabe fosche della tradizione tedesca influenzarono i presenti, inevitabilmente attratti dal macabro e affascinati da mondi irreali e oscuri.

Quella che scaturì dalla sensibile fantasia di Mary Shelley è una storia di grande poesia che, al di là, dell’aspetto terrificante e del brivido legato alla natura bizzarra del protagonista, ci regala una riflessione sull’animo umano, sui pregiudizi e sulle paure che ci accompagnano nel nostro percorso terreno.
La presunta mostruosità di Frankenstein è la nostra certa mostruosità. La società respinge ciò che non conosce o non riesce a capire portando al limite l’altro, spingendolo all’isolamento e a perseguire involontariamente il male. Forse allora è da ricercare in questa elegante metafora dell’uomo il senso più profondo di quella che a lungo è stata semplicemente definita una storia dell’orrore.
Frankenstein rivela di fatto l’orrore che è in noi, la nostra incapacità di relazionarci col diverso, il nostro imbarazzo inadeguato nel gestire le emozioni.
Frankenstein ci mette di fronte a uno specchio impietoso e ci sottopone al giudizio peggiore, il nostro.










