“Dovevi venire qui cinquant’anni or sono! Allora questo era un paese; adesso vedi? Le donne vogliono buttare il costume dalla finestra, gli uomini – anche quelli che non hanno un soldo – portano la cravatta. Noi si ballava una volta all’anno per San Salvatore; oggi si balla di giorno e di notte. Fanno all’amore, si fidanzano, si lasciano e i padri delle ragazze non sparano sull’uomo infedele. Tu credi che sia per amore del prossimo? No. Hanno paura: non sanno difendere l’onore”. Così raccontava “Zia Nina” nel 1953, intervistata a Meana Sardo dal giornalista Mario Mossa Pirisino. La sua testimonianza riguardo agli anni della sua gioventù però non trova un ampio riscontro fra le cronache della Sardegna a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, dove invece abbonda la casistica su donne pronte a tutto pur di vendicare l’onta del tradimento e dell’abbandono.
Le loro storie potrebbero ispirare una versione retrò di ‘Mujeres Asesinas’, la fortunata serie argentina replicata in mezzo mondo ispirata all’omonimo romanzo scritto da Marisa Grinstein e le loro gesta prendere esempio dalla bellissima Antonica, la leggendaria figura di vendicatrice dell’onore muliebre, celebrata in tutta l’isola già ai primi dell’Ottocento, per aver scovato un famoso latitante nel suo rifugio e averlo ucciso senza indugi dopo essere stata ingannata nei suoi sentimenti. Questa tipologia di reato, sostanzialmente ignorata e trascurata anche in sede storiografica e i suoi elementi distintivi, meriterebbero uno studio approfondito che potrebbe risultare utile per capire quello squilibrato mondo sociale e della giurisprudenza dove, sia in caso di violenza che di rapporto consenziente, il compito di dimostrare di aver usato ogni mezzo preventivo atto a fuggire dalla seduzione era sempre a carico della donna.

Questa posizione di assoluta disparità è confermata dalla quasi totale assenza di condanne per “seduzione”. Nei procedimenti penali del tribunale della Reale Udienza di Cagliari nella seconda metà dell’Ottocento troviamo un solo caso di dibattimento relativo a questo reato, nato in seguito a una querela sporta nel 1857 dal negoziante cagliaritano Giovanni Devoto contro Giuseppe Poma, reo di aver sedotto la figlia che per seguirlo aveva abbandonato la casa paterna.
Impossibilitate a ottener giustizia in qualsiasi tribunale, le giovani donne sarde erano quasi costrette a fare a modo loro o, meglio, quanto il clima culturale e la pubblica morale dell’epoca suggerivano. Un aspetto da non sottovalutare in un ambiente dove non era affatto auspicabile dare scandalo. Le gravidanze fuori dal matrimonio erano largamente condannate e spesso le donne ingannate attraverso fasulle promesse matrimoniali e spergiuri amorosi si ritrovavano da sole, magari respinte dalle loro stesse famiglie a crescere i “bastardi” frutto del peccato.
Per salvare la propria onorabilità alla donna restavano veramente poche strade. La più comune era quella del matrimonio riparatore. Più rara e assai rischiosa, ma comunque praticata, quella dell’aborto clandestino e in diversi casi anche l’infanticidio. L’ultima, la più estrema, era quella della vendetta violenta contro l’amante infedele o il seduttore, punita dalla legge civile ma contemplata, giustificata e talvolta incoraggiata da quella morale nella stessa misura del delitto d’onore.
Augusto Boullier nel suo libro del 1864 sulle canzoni popolari sarde, osservava che in un simile sistema: “le fanciulle sarde possedevano l’arte invidiabile di maritarsi anche senza dote. Sul continente, ordinariamente, una donna sedotta è una ragazza perduta, invece in Sardegna una ragazza sedotta, è una ragazza.. maritata! In caso contrario l’imprudente che ha creduto di giocare con l’amore viene alla sua volta giocato”.

Le cronache fra il 1875 e il 1925 pullulano di episodi di vendetta d’onore al femminile. Non hanno una localizzazione geografica e non si diversificano, se non per alcune modalità, fra città e campagna e raramente vedono la collaborazione di un complice.
Uno dei casi che destò più clamore fu quello di Giovanna Maria Manca di Porto Torres, una 17enne che prestava servizio come domestica presso la casa dei Piga. Sedotta da tale Salvatore, un giovane appartenente alla famiglia che si era lanciato in pretesti amorosi, lusinghe e giuramenti affinché si concedesse, la Manca aveva finito per cedere, promettendo di non riferirne con anima viva. Il segreto venne svelato in poco tempo dalla gravidanza della giovane. Una volta nato il figlio, il Piga, nonostante le insistenti preghiere della ragazza, si rifiutò di riconoscerlo, aggiungendo che mai e poi mai avrebbe sposato una serva. il 14 maggio del 1883 durante la solenne festa di San Gavino, Giovanna Maria scaricò una rivoltella sul corpo del Piga che ferito gravemente a un polmone cessò di vivere poche ore dopo. Tratta in arresto, la Manca venne processata e assolta dal Tribunale di Sassari, con uno stuolo di donne che accorsero all’uscita del palazzo di giustizia per stringerle la mano. Questo fatto illustra bene una delle caratteristiche “classiche” della vendetta, ovvero quella di attuarla pubblicamente e in una giornata di festa solenne, in modo da perpetuarne il ricordo.
Un fatto simile accadde anche a Sedilo durante la festa di San Costantino del 1905, quando Basilia Sanna, tradita e abbandonata dal suo amante Giovanni Perrone che l’aveva resa madre di due gemelli, lo aspettò fuori dalla chiesa dov’egli si era recato con un’altra giovinetta con la quale pare intendesse sposarsi. Avvicinatasi alla coppia, riservò una pistolettata al Perrone che fu ben presto steso al suolo freddo cadavere; mentre sorridente e soddisfatta di avere rivendicato il suo onore, la Sanna si consegnava ai carabinieri. La stessa scena si ripeté a Osini nel 1913 per la festa di San Giorgio, quando al termine dei balli in piazza, una ragazza appena sedicenne sparò un colpo a bruciapelo a tale Efisio Demurtas di Ulassai che benché ferito gravemente riuscì ad aver salva la vita. La ragazza confessò di aver agito dopo essere stata ingannata e abusata nella sua buona fede.
Non era affatto insolito che l’arma usata per il compimento della vendetta appartenesse alla vittima. A Tertenia nel 1923 la diciottenne Irene Biolchini uccise con due colpi di pistola e sulla pubblica via l’ex carabiniere Domenico Lobina reo di aver intrattenuto una relazione con la giovane dietro una promessa di matrimonio infranta poco tempo dopo e aggravata dal fidanzamento con un’altra ragazza. La rivoltella era stata affidata alla Biolchini dal Lobina, con la raccomandazione di usarla qualora egli avesse mancato alla parola data.
Scamparono alla morte anche Vincenzo Meloni, gestore del caffè Roma di Cagliari, ferito nel 1909 a revolverate dalla macomerese Berardina Cotticelli nella via Baylle o Gioachino Bardi di Sant’Antioco, ferito da Maria Anna Cogotti nel 1920. Stessa sorte per Salvatore Manca di Chiaramonti, che rimase tuttavia paralizzato alle gambe dopo che la concubina Vittorina Unali, stanca di essere vilipesa e ingannata, aveva sparato contro di lui tre colpi di pistola alla schiena. Non ebbero la stessa fortuna Giacomo Cabras trucidato a Loceri nel 1907 e Giovanni Curreli ucciso da Maria Carai ad Olzai nel 1915.
Nonostante non fosse un reato comune, ma neppure raro, fra tentati e compiuti si contano decine di episodi di “vendetta rosa” in tutta l’isola, da Meana ad Ales, fino ad arrivare ad Alghero ed Escalaplano.

Comune di Aritzo
In un tipo di società dove la consuetudine era al di sopra di ogni legge scritta, davanti al tradimento, all’inganno, allo scandalo e a una prospettiva di vita infangata, il desiderio di punire il fedifrago era quasi naturale. Sottrarsi al dovere della vendetta voleva dire andare contro un principio stabilito dalla collettività. Lo schema della vendetta a seguito di seduzione e conseguente abbandono, rientrava nella tradizionale formulazione del delitto d’onore dove però l’onere dell’atto riparatore non ricadeva sulle figure tutelari della famiglia come i padri e i fratelli ma l’assunzione della responsabilità era presa direttamente da chi aveva subito il danno.
Eppure la maggioranza di queste sedotte e abbandonate non fu disposta ad andare contro al quinto Comandamento della legge canonica. Incapaci di nuocere veramente a chi era causa del loro male, preferivano crescere da sole un figlio e per il quale ci sarebbe sempre stato un fantasioso segretario comunale pronto ad inventarsi un bizzarro cognome e convivere con tale disonore. Per le più coraggiose a vendetta consumata, si consegnavano sempre spontaneamente alla giustizia, il destino passava dai banchi del tribunale. Solitamente le pene inflitte erano abbastanza miti, accompagnate dalla concessione di attenuanti e infermità periodiche che spesso portavano all’assoluzione.
In caso di condanna per queste ragazze si aprivano le porte delle carceri femminili continentali – in Sardegna allora non esistevano penitenziari per donne – dove spesso portavano con loro i figli, frutti innocenti e testimoni di quella macchiata onorabilità che avevano deciso di lavare col sangue dei loro ingannatori.










