Anthem forse dimenticato dai più ma che ci aveva fatto scuotere per anni durante i favolosi 2000s, segnando una sorta di manifesto di un periodo musicale meraviglioso in cui si realizzò una commistione di generi incredibile, in cui una grande freschezza che si univa a echi ’80s, il dancefloor si univa ai palchi live con grande fluidità grazie anche ai meravigliosi remix di Justice con Simian e, appunto, anche con Death From Above 1979.
Andare a ballare non era quindi più un tabù quando sui piatti potevano scivolare i suoni di Peaches, Fischerspooner, Interpol, The Strokes, CSS, Klaxons, Miss Kittin, Erol Alkan, Laurent Garnier, The Hacker, e non continuo solo perché dovrei poi bloccare le lacrime e soprattutto perché rischierei l’immediato sfratto per eccesso di potenza sonora che mi fa ora da compagnia.
In questo ‘campo minato’ – citazione per chi conosce bene la Bolognina – si scagliò sul terreno una meteora canadese post punk, post electro, post noise, post apocalittica, aggiungo io, quella meteora era formata dal duo Jesse F. Keeler (già MSTRKRFT) al basso, sintetizzatore e Sebastien Grainger, voce e batteria, non come un mostro leggendario come Phil Collins, ma di sicuro dal grande impatto.
I DFA1979 esplosero tra il 2004 ed il 2006 con alcuni singoli quali ‘Romantic Rights’ oppure ‘Dead Womb’ per poi spegnersi lasciando i pochi che si erano lasciati ammaliare da quelle rasoiate soniche in una delusione cocente ed avvilente.
Eppure i DFA1979 avevano lasciato il segno, già il richiamo da parte dei conterranei Crystal Castles in ‘Untrust Us’, la dedica di un vero e proprio pezzo da parte delle CSS, lasciavano intendere che quella band di Toronto, da quella formazione così insolita, era riuscita a toccare delle corde molto particolari.
E invece niente, per anni furono i progetti personali a prendere piede – tra cui il famosissimo MSTRKRFT – fino ad un ritorno in grandissimo stile al Coachella 2011, sfociato in un nuovo album nel 2014, seguito poi da un successivo nel 2017 ed ora da questa nuova release – come si anticipava qua -.
Diciamolo subito, questo sound è inconfondibile e per sempre lo sarà, e, onestamente, non si può non esserne felici, ‘Modern Guy’ è la tipica prima traccia che ti prende immediatamente a pugni in faccia, la batteria ultra pestona e grassa di Sebastien ed i ripetitivi giri di basso & synth non potranno che far felici tutti noi che siamo cresciuti con ‘Turn It Out’, ‘One + One’ continua su questa linea mostrando però maggiori aperture melodiche che ormai stanno diventando un tratto più distintivo degli ultimi lavori del duo di Toronto.
‘Free Animal’ riprende la violenza precedente ma è soprattutto una preparazione ad un vero come back, quello di ‘N.Y.C. Power Elite Pt.I e II’, in cui i più esperti potranno quasi ritrovare quella durezza delle vecchie canzoni di ‘Heads Up’ quali ad esempio ‘If We Don’t Make It We’ll Fake It’, dimostrando che la maturità per i DFA1979 non è solo plasmarsi a suoni di tendenza e / o sessioni in ammorbidente, anzi, qua mi sembra proprio di avere la centrifuga settata al massimo dei giri e 90° per sterilizzare il tutto.
Notevole poi il quasi 8 bit di ‘Glass Homes’ come se fossimo stati ricatapultati a quasi due decenni fa – e poi la ballad ‘Love Letter’, in cui i nostri dimostrano anche di essere in grado di percorrere sentieri più quieti senza scadere nel banale e nel già sentito in altre duecento Pop Band, anzi.
L’album prosegue senza intoppi con ‘Mean Streets’ e ‘No War’ che si conclude in un delirio noise metallico con lo stridore di lame di acciaio stile reparto siderurgia.
I Death From Above si confermano quindi una band dalla personale, immutata e sempre forte identità, e, con questa release alzano maggiormente l’asticella, cosa forse non riuscita benissimo nelle due precedenti successive al loro come back
Da adorare, sin dal 1979.
GUARDA IL VIDEO DI ‘ONE + ONE’ SU YOUTUBE
ASCOLTA ‘IS 4 LOVERS’ SU SPOTIFY










