Belle di faccia è un progetto che nasce nel 2018 su Instagram per affrontare il tema della grassofobia e in generale per mostrare come la società discrimini le persone grasse nel quotidiano, più o meno inconsapevolmente. Nel 2019 l’impegno alla divulgazione e allo scambio si struttura in un’associazione. Nel 2020 il lavoro si concretizza in un libro dal titolo, appunto, “Belle di faccia”, edito da Mondadori. Le autrici, l’impiegata 33enne Mara Mibelli e l’illustratrice 40enne Chiara Meloni, con uno stile comunicativo graffiante, ironico, intelligente e soprattutto onesto, mirano a demolire il preconcetto verso le persone grasse in favore de “bello accettato in società”. Se pensate che questo libro possa riguardarvi solo se siete persone grasse vi sbagliate e di molto. Chiara e Mara si rivolgono a tutta la società, ne criticano in modo perentorio ma divertente le contraddizioni e ci fanno capire come tutte le persone possano e debbano affrontare con rispetto e impegno la lotta contro ogni tipo di discriminazione. In questo libro ci siamo tutti/e.
Le abbiamo intervistate perché ci raccontino la loro battaglia.
In Italia il peso è un problema politico? Penso al fatto che sia considerato un danno a carico della sanità pubblica.
La grassofobia è un problema politico perché è un problema di giustizia sociale e perché le persone grasse sono marginalizzate. Spesso e volentieri invece le istituzioni parlano del grasso come problema da risolvere, come epidemia, rendendo chi è grasso un bersaglio, additandolo al pubblico ludibrio, trattandolo come un peso per la società. Insomma, si parla in continuazione di e mai con le persone grasse e, nei rari casi in cui la grassofobia e lo stigma vengono presi in considerazione, la soluzione proposta è ancora una volta individuale: dimagrisci e smetterai di subire queste ingiustizie. Il pregiudizio conduce a credere che ogni persona grassa sia causa del suo male, che lo sia perché incapace di controllarsi, mancante di autocontrollo e spirito di autoconservazione e che quindi, quasi meriti di essere lasciata indietro. La verità è che ogni persona grassa lo è per ragioni differenti che variano dalla condizione economica e sociale, sino allo stato di salute fisica e mentale, e utilizzare il peso come unico parametro per valutare lo stato di salute di una persona è miope. Inoltre, anche se tutte le persone grasse fossero malate, vogliamo davvero passare il messaggio che chi non è in salute non meriti rispetto, pari diritti e dignità?
Le parole sono importanti. Dobbiamo smettere di essere politically correct a tutti i costi?
Più che altro bisogna smettere di fingersi politically correct e affrontare i propri pregiudizi e limiti. Tutti gli eufemismi riguardanti il grasso sono la testimonianza di quanto questa parola abbia un connotato negativo. Ci si affanna alla ricerca di migliaia di parole come rotonda, burrosa, in carne, robusta, formosa, per evitare di dire a una donna che sia grassa, come si usano termini come diversamente abili, persone con handicap, per parlare delle persone disabili senza affrontare il fatto che utilizziamo l’abilità come standard e che abbiamo difficoltà a parlare di corpi non normati, lo stesso vale per le persone nere che vengono definite di colore come se la nerezza fosse un’onta da non nominare. Nel linguaggio si cela, spesso neanche così bene, il nostro modo di guardare al mondo da una prospettiva normativa e privilegiata, dove tutto ciò che si allontana dallo standard è visto con pietismo, o come una minaccia, o come un problema.
Luoghi comuni, senso di colpa, dovere di rimprovero. Le persone impareranno mai a guardare alla diversità in modo sereno?
Il mondo probabilmente accoglierà la diversità quando smantellerà gli standard eurocentrici, patriarcali, eternormativi, allonormativi e abilisti. Capire che l’essere bianchi, magri, non-disabili, etero e cisgender non è uno standard e un’unità di misura della realtà che ci circonda di certo ci aiuterebbe ad accogliere tutto ciò che diverge da quello che ci è stato insegnato come la normalità/norma.
Da un lato la società condanna il grasso, dall’altro bombarda con programmi di cucina. Dicotomia? Controsenso o cosa secondo voi?
Fondamentalmente siamo a disagio con l’equazione cibo/mangiare = grasso perché come menzionato prima, le persone grasse non sono tutte sintomi della stessa malattia e ogni persona grassa lo è per ragioni diverse. Di certo è singolare che la stessa cultura che invita al sacrificio e al controllo, sia la stessa che ci bombarda attraverso i media con continue immagini di cibo. Il corpo grasso è utilizzato spesso come metafora dell’ingordigia del capitalismo, che è lo stesso che però cerca di venderci prodotti per miracolose perdite di peso come beveroni, pasti liofilizzati, pastiglie per placare l’appetito, e sciroppi per limitare l’assorbimento dei carboidrati. L’ennesima prova che se l’industria della dieta avesse realmente puntato a far dimagrire la gente, ora le persone grasse non esisterebbero, e invece esistono ancora, perché il punto è speculare e capitalizzare sul senso di inadeguatezza che il capitalismo stesso inculca e lentamente instilla.

La questione vestiti vi sta molto a cuore. Ce ne parlate?
In una società dove la nudità è accettata nei luoghi pubblici probabilmente il discorso sull’abbigliamento sarebbe superficiale, forse. Ma dal momento in cui girare nude ci farebbe incorrere in sanzioni, i vestiti ricoprono un ruolo importante non solo per potere vivere nella società ma anche per potere esprimere la nostra personalità. Molti brand non arrivano a taglie superiori alla 48, altre sì ma offrendo opzioni tristi e limitate. Inoltre, se già è difficile per una persona grassa essere presa in considerazione in fase di colloquio a causa di bias cognitivi e pregiudizi, diventa un’impresa ancora più ardua se non ci si presenta con un codice d’abbigliamento consono all’occasione; veniamo continuamente esortate a fare attività fisica ma se un brand si permette di lanciare una linea vagamente inclusiva, viene accusato di promozione dell’obesità, quindi ci viene anche da chiederci come la gente si aspetta che le persone grasse frequentino le palestre. Insomma, come vedete la questione dei vestiti non è esattamente da liquidare come un vezzo.
Il tam tam sui social sul body positive è utile alla battaglia per l’accettazione di chi è diverso/a?
Affrontato con cognizione di causa sì. Purtroppo molte persone fanno la conoscenza della versione mainstream della body positivity che non è altro che pink washing, un’operazione di marketing sciacquata delle istanze politiche di quello che è invece un movimento sociale nato dal femminismo anni Settanta. Noi siamo riuscite a crearci una bolla dove c’è spazio per persone disabili, trans, nere, dove ogni giorno esponiamo il nostro sguardo alla diversità e alla varietà dei corpi. Pensiamo che i social sono ciò che facciamo di essi, quindi ecco una lista di profili social che vi consigliamo se volete parlare di body positivity da una prospettiva che realmente mette in discussione i canoni: @daphne.bohemien ; @sofia.righetti ; @marina.cuollo ; @la_versione_migliore ; @afroitaliansouls
Nel vostro libro siete inclusive sulla questione battaglie. L’intersezionalità delle lotte è il futuro?
Pensiamo che il femminismo per essere considerato tale debba essere intersezionale, ovvero che debba tenere in considerazione le varie interconnessioni tra identità marginalizzate e come queste contribuiscono a creare delle discriminazioni ancora più complesse. Questo modo di guardare alla lotta e alla realtà ci aiuta a prendere coscienza del nostro privilegio, a utilizzarlo con responsabilità e metterlo al servizio di chi non ne beneficia, e cercare, anche partendo dal proprio personale – che come ci insegnano gli anni Settanta è politico – di creare una società migliore per tuttə.















