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Inge Morath, una vita in viaggio. Al Palazzo di Città di Cagliari la retrospettiva dedicata alla fotografa austriaca

Di Redazione
07/07/2023
in Fotografia
Tempo di lettura: 4 minuti
Inge Morath, una vita in viaggio. Al Palazzo di Città di Cagliari la retrospettiva dedicata alla fotografa austriaca

IRAN. Shiraz. 1956. Veiled Muslim women and caged cockatoos (wives of one man).

Nelle sale trecentesche dell’ex Palazzo di Città, dall’8 luglio al 1 ottobre, il Comune di Cagliari ospita un’ampia retrospettiva dedicata alla fotografa austriaca Inge Morath (Graz, 1923 – New York, 2002), la prima donna a essere accolta nell’agenzia Magnum Photos.

L’iniziativa cade in occasione delle celebrazioni per il suo centenario che hanno coinvolto prima Monaco di Baviera e poi Venezia, città nella quale la Morath iniziò la sua carriera da fotografa e che ha ospitato la mostra fino agli inizi di giugno nel Museo di Palazzo Grimani dove hanno trovato ampio spazio gli scatti, inediti per l’Italia, dedicati alla città lagunare.

Attraverso oltre 150 immagini e documenti originali, l’esposizione, curata da Brigitte Blüml – Kaindl e Kurt Kaindl, ripercorre il cammino umano e professionale di Inge Morath, dagli esordi al fianco di Ernst Haas ed Henri Cartier-Bresson nell’agenzia Magnum Photos fino alla collaborazione con prestigiose riviste quali Picture Post, LIFE, Paris Match, Saturday Evening Post e Vogue, attraverso i suoi principali reportage di viaggio, che preparava con cura maniacale, studiando la lingua, le tradizioni e la cultura di ogni paese dove si recava, fossero essi l’Italia, la Spagna, l’Iran, la Russia, la Cina, al punto che il marito, il celebre drammaturgo Arthur Miller, ebbe a ricordare che “Non appena vede una valigia, Inge comincia a prepararla”.

“Tutta la sua produzione riflette la sua figura, viaggiatrice instancabile, poliglotta, donna dai multiformi interessi che non teme barriere culturali, linguistiche o geografiche – così Maria Dolores Picciau, assessora alla Cultura del Comune di Cagliari – . Inge Morath è un fondamentale tassello di quella storia parallela della cultura declinata secondo le regole di una sensibilità femminile che produce nuovi codici espressivi e nuovi punti di vista. In questo senso, Palazzo di Città ambisce a farsi laboratorio per valorizzare il ruolo delle donne nella costruzione di un mondo plurale e complesso, senza recriminazioni, ma nel senso autentico dell’aggiunta e del plusvalore che soprattutto l’arte sa comunicare”.

Il percorso espositivo dà conto di questa sua inclinazione, presentando alcuni dei suoi reportage più famosi, come quello realizzato a Venezia nel 1955, con immagini colte in luoghi meno frequentati e nei quartieri popolari della città lagunare, che sposano la tradizione fotografica dell’agenzia Magnum di ritrarre persone nella loro quotidianità.
Le immagini di Inge Morath riflettono le sue più intime necessità, ma al contempo sono come pagine del suo diario di vita, come lei stessa ha scritto: “La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”.
Nelle fotografie di Inge Morath emerge sempre una componente di vicinanza, non solamente fisica, ma soprattutto emotiva. Il suo è un lavoro diretto, privo di zone d’incertezza o di mistero. Il suo lavoro è, come il buon giornalismo, schietto, privo di compassione e ambiguità. Le sue immagini hanno sempre la capacità di non semplificare mai ciò che è complesso, e mai complicare quello che è semplice; sono fortemente descrittive e al contempo fanno trasparire una rara capacità di analisi del contesto con il quale si confrontava. Un approccio sistematico che la spingeva, prima di ogni lavoro, a studiare e approfondire le culture con cui si sarebbe rapportata, per arrivare così a conoscere sette lingue. Ma in definitiva, in piena condivisione con uno dei dogmi dell’agenzia Magnum, la vera priorità per Inge Morath è sempre stato l’essere umano.

Dalla Spagna alla Francia all’Iran, una vita in viaggio

L’itinerario di Inge Morath prosegue in Spagna, paese che visitò spesso e di cui conosceva la lingua, fin dal 1954 quando venne incaricata di riprodurre alcuni dipinti per la rivista d’arte francese L’Oeil e di ritrarre la sorella di Pablo Picasso, Lola, spesso restia a farsi fotografare, ma anche della Romania comunista, della natia Austria, del Regno Unito.
Non poteva mancare una sezione dedicata a Parigi, uno dei ‘luoghi del cuore’ di Inge Morath, dove incontrò i fondatori dell’agenzia Magnum: Henri Cartier-Bresson, David Seymour e Robert Capa. Essendo la più giovane collaboratrice dell’Agenzia, nella capitale francese le venivano affidati lavori minori come sfilate di moda, aste d’arte o feste locali; tuttavia, in queste immagini emerge chiaramente il suo interesse per gli aspetti bizzarri della vita quotidiana.
Il viaggio nel lavoro di Inge Morath prosegue in Iran, dove riuscì ad approfondire la conoscenza di quella regione, muovendosi all’interno della dimensione femminile e cogliendo il rapporto fra le vecchie tradizioni e le trasformazioni innescate dalla moderna società industriale in una nazione fortemente patriarcale e si chiude idealmente a New York dove nel 1957 realizza un reportage per conto della Magnum.
Dopo il matrimonio con lo scrittore Arthur Miller, conosciuto nel 1960 nel set del film Misfits dove recitava Marylin Moore all’epoca legata con Miller, nel 1962 Morath si trasferì infatti in una vecchia e isolata fattoria a Roxbury, a circa due ore di auto da New York. Un luogo di campagna lontano dalla frenesia della città, dove crebbe i suoi due figli Rebecca e Daniel.
Il sogno di Inge Morath fu sempre quello di visitare la Russia. Si avvicinò a questo paese studiandone la cultura e imparandone la lingua prima del suo primo viaggio, avvenuto nel 1965, in compagnia di suo marito, Arthur Miller. Da quel viaggio nacque un ampio lavoro fotografico che negli anni successivi si arricchì da altro materiale raccolto in altre occasioni.

Ritratti di volti celebri e persone comuni


La mostra dà inoltre ampio spazio al ritratto, un tema che l’ha accompagnata per tutta la sua carriera. Da un lato era attratta da personaggi celebri, quali Igor Stravinsky, Alberto Giacometti, Pablo Picasso, Jean Arp, Alexander Calder, Audrey Hepburn, dall’altro dalle persone semplici incontrate durante i suoi reportage.
Che si trattasse di persone comuni o artisti di chiara fama, il suo interesse era sempre rivolto all’essere umano in quanto tale. Il suo stile fotografico affonda le sue radici negli ideali umanistici del secondo dopoguerra ma anche nella fotografia del ‘momento decisivo’, così come l’aveva definita Henri Cartier-Bresson. Ogni suo ritratto si basava infatti su un rapporto intenso o anche su una conoscenza profonda della persona immortalata.

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