A Giancarlo De Cataldo, magistrato, scrittore e sceneggiatore conosciuto dal grande pubblico per ‘Romanzo Criminale’, è spettato il compito di aprire la tre giorni di Marina Cafè Noir, festival cagliaritano di letterature applicate giunto alla diciannovesima edizione, che ha abbandonato le consuete mura cittadine per traslocare al Corto Maltese, nella spiaggia del Poetto, dove si è svolto fra il 16 e il 18 settembre. L’autore – in compagnia della giornalista Mariangela Lampis – ha presentato ‘Il suo freddo pianto’, (Einaudi, Torino 2021) ultimo atto della trilogia dell’ispettore Manrico Spinori che segue i precedenti ‘Io sono il castigo’ e ‘Un cuore sleale’. Abbiamo colto l’occasione per fare una chiacchierata con lui e fargli qualche domanda sulle sue attività e sulla sua vita professionale e privata.

Da magistrato analizza le prove per valutare e definire la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato. Da giallista e da sceneggiatore fa l’esatto contrario, definendo un colpevole e disseminando il racconto di prove e indizi. Come convive all’interno di questo dualismo e come riesce a conciliare o a tenere separati questi due modus operandi così diversi?
Convivono benissimo, ormai sono 30 anni e passa che lo fanno, è una convivenza ampiamente dimostrata. E poi, come ha detto giustamente, io le tengo separate. Il tribunale da la possibilità allo scrittore di assistere a una commedia umana continua, vedi personaggi reali, vedi come si muovono, come agiscono, vedi gli uomini in una situazione sotto stress. Tanti grandi scrittori, da Balzac a Dostoevskij, frequentavano i tribunali per vedere gli uomini in tale condizione e ne traevano materiale narrativo. Io ho la fortuna di vederli tutti i giorni e non sono tanto le storie, non è prendere i casi, ma è proprio vedere quella situazione umana, reale, sarebbe lo stesso in un ospedale, in una scuola o in una caserma, dovunque ci sia una concentrazione, una pressione così forte sugli esseri umani. Tutto questo viene distillato narrativamente. Però, cosa distingue la realtà dalla narrazione? La metafora. E quella la inventa lo scrittore.
Il compianto Gigi Proietti soleva dire: “Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso”. Vale anche per i suoi libri?
Qui addirittura la frase di Proietti viene esasperata, nel senso che per statuto nell’opera lirica, che entra prepotentemente in questi miei ultimi racconti, tutto è falso. Però in quella falsità c’è una grande verità. Noi rappresentiamo, viviamo un quotidiano teatro delle emozioni esasperate con i social, i selfie, ecc. ed è tutto finto. Anche a teatro come nei racconti è tutto finto, però ci sono le passioni vere che vengono mascherate attraverso la rappresentazione e questo crea il meraviglioso effetto della catarsi.
Quanto c’è della sua vita privata in ciò che ama raccontare?
Il discorso dal mio punto di vista è semplice. Uno scrittore mette sempre una parte di se nei suoi personaggi. A meno che tu non scriva auto-fiction, come Carrère, raccontando te stesso e ponendoti come protagonista del viaggio e del percorso, inconsciamente chi sei entra, anzi penetra, nel personaggio e questo accade sempre.
A furor di popolo ‘Romanzo Criminale’ è considerato il suo lavoro migliore. A distanza di tanti anni dalla sua pubblicazione, come convive con questa eredità? Nel 2008 aveva dichiarato al ‘Corriere della Sera’ che rivendicava “il diritto di raccontare una storia dove il reale ha un ruolo preponderante, per insegnare ai giovani a difendersene e a combattere la paura”. Alla luce delle polemiche sulle presunte emulazioni da parte di alcuni ragazzi, soprattutto in seguito all’uscita del film di Placido e della serie tv di Sollima, ha mai sentito il peso o pensato di avere la responsabilità etica di queste “imitazioni”?
Confermo quello che avevo detto e naturalmente rifiuto l’identificazione fra letteratura, racconto storico ed etica. E attenzione a percorrere questa strada perché è la strada che costrinse Schiller all’esilio per aver scritto ‘I Masnadieri’, che era considerato un testo sgradito e che aveva alimentato le censure sotto tutti i cieli. No, l’artista dev’essere libero di esprimersi in tutti i modi senza alcuna forma di condizionamento. D’altronde, non è che uno diventa cattivo per aver visto ‘Romanzo Criminale’, ma è ‘Romanzo Criminale’ che racconta quelli che sono diventati i cattivi.
In due anni ha pubblicato cinque libri. Ha influito la reclusione forzata derivata dalla pandemia o è sempre stato uno stakanovista dello scrivere?
Si, un poco la reclusione ha influito, anche se c’è da dire che molto dipende dal fatto che la trilogia di Manrico è pensata insieme. I personaggi seriali si affinano scrivendoli e così diventa più facile scriverli. I tre “Manrichi” sono letteralmente venuti con poca testa, poco mestiere, c’è tanta spontaneità in questi romanzi.
Oltre ad ascoltare assiduamente l’opera lirica cosa fa Giancarlo De Cataldo nel tempo libero?
Questo. Faccio questo. (ride, ndr) In realtà, se vogliamo, l’aspetto più problematico è che potrei essere considerato un ansioso, nel senso che me lo vado proprio a erodere il tempo libero.

Che rapporto ha con le sue radici e cosa lo lega ancora alla Puglia, su terra natale? E aggiungo. Come vive la “Suburra” odierna descritta nell’omonimo libro e qual è il suo legame con la Sardegna?
La terra natale è una grande, dolce musica sullo sfondo, che io ho abbandonato tanti anni fa e che ogni tanto riascolto con molto piacere. Ha piantato i suoi semi dentro di me, ma la mia vita ha seguito un’altra direzione. Per rispetto di chi è rimasto a viverci non metto becco più di tanto nelle varie questioni. Tuttavia, quando mi hanno chiesto di sponsorizzare Taranto per la sua corsa a ‘Capitale europea della cultura’, ovviamente sono accorso. Non è andata bene, chissà, ci riproveremo.
Roma. Roma è una città calunniata, ma non è la città perversa e pessima che tutti raccontano, è una città di inquietante e immensa bellezza, che non smette di stupirmi giorno dopo giorno e dopo averne raccontato la “suburra” adesso mi piace raccontare i quartieri del centro, i quartieri borghesi, perché tanto la crudeltà, se la vai a cercare, sta anche là. Ma non è giusto cercare solo quella, ecco.
Per quanto riguarda la Sardegna, ci vengo sempre molto volentieri, praticamente una volta l’anno, a parte l’anno del lockdown ci sono venuto sempre. Ho una grande curiosità nei confronti dei sardi. Quando ho scritto ‘I Traditori’ ci ho messo uno dei personaggi positivi che è un sardo, nel senso che c’ha questa inflessibilità, questo arrivare dritti fino in fondo, questo non cedere ai compromessi che io ci trovo realmente nelle genti isolane. Ho una grande curiosità mista a rispetto. Sono diventato amico di recente con un grande sardo, poeta in musica, Marcello Murru. Ogni tanto ci siamo ritrovati alla sera e lui ha cantato per noi. Un altro aspetto che mi piace è, se volete, quello più crepuscolare dell’anima sarda, lo trovo assolutamente, maledettamente affascinante. Lo dico con sincerità. C’ho questo difetto, (sorride) sono sincero.










