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Il giardino degli angeli. La mortalità infantile nella Cagliari preindustriale vista attraverso l’arte funeraria del cimitero di Bonaria

Di Maurizio Pretta
18/12/2021
in Arte, Comunicazione e società, Cultura
Tempo di lettura: 6 minuti
Il giardino degli angeli. La mortalità infantile nella Cagliari preindustriale vista attraverso l’arte funeraria del cimitero di Bonaria

Passeggiando fra le tombe e le logge del Cimitero Monumentale di Bonaria si possono ammirare le opere d’arte funeraria dei vari Sartorio, Trojani, Geruggi e di tantissimi altri scultori. Quello che balza all’occhio, anche del più distratto osservatore, è la considerevole presenza di monumenti dedicati all’infanzia, che sono in qualche modo lo specchio di un’epoca dove la mortalità dei più piccoli, nonostante fosse una delle più basse del regno, era molto elevata. Questo è stato il filo conduttore di ‘Cattivo! Perché Non ti risvegli?’, titolo, ispirato a uno degli epitaffi più popolari fra le tombe bonariane, scelto per l’ultimo appuntamento di una serie di percorsi culturali promossi dal Comune di Cagliari e curati dall’archeologo Mauro Dadea, che si è svolto giovedì mattina nel vecchio camposanto cittadino.

Dal 1861 sino al primo decennio del Novecento il quoziente di mortalità infantile in Sardegna si attestava su una media di circa 167 bambini deceduti ogni mille abitanti. Questo dato spiega l’alta presenza, anche al cimitero di Bonaria, di tombe che ospitano i resti di piccole creature, concentrate perlopiù nell’area a ridosso della cappella detta dell’Oratorio.

Bisogna sottolineare che la maggior parte di quelle sopravvissute fino ai giorni nostri appartengono a bambini che erano espressione delle famiglie della borghesia imprenditoriale e dell’oligarchia cittadina, classi socioeconomiche che potevano permettersi di commissionare vere e proprie opere d’arte e perpetuare così la memoria dei loro discendenti. Questo non accadeva con i bambini delle classi meno abbienti, dei quali, in seguito a esumazioni e vari lavori nel perimetro del camposanto, non è rimasta praticamente traccia.

La visita guidata del 16 dicembre è cominciata dalla tomba della piccola Teresa Massoni Ravenna, opera di Giuseppe Sartorio, scultore piemontese molto attivo nell’isola a cavallo fra i due secoli, il più rappresentativo dell’arte funeraria di Cagliari, dove, oltre che a Sassari e Roma, aveva messo su bottega. “Il Sartorio -spiega Mauro Dadea- era specializzato nella raffigurazione di bambini e fanciulli” e molte delle più importanti opere dedicate all’infanzia portano la sua firma.

Il secondo passo è stato la lapide di Elisetta Imeroni, morta ad appena sei anni nel 1894. Scolpita da Giovanni Battista Trojani, artista totalmente diverso dal Sartorio, che utilizzava uno stile rappresentativo più aderente alla realtà basandosi sulle fotografie che spesso venivano scattate sullo stesso letto di morte.

Foto di Lorenzo Spanedda

Poco dopo il tour si è fermato nell’area che ospita la “schiera degli angeli” – per dirla con il canonico Spano, sepolto poco lontano – dove, quasi a formare un piccolo pantheon, stanno le sculture più belle o comunque più significative dell’arte funebre fanciullesca. Qui sta il pregiato monumento della piccola Maria Ugo Ortu, ricco di elementi simbolici, che il Sartorio riusciva abilmente a condensare in un’unica opera, dove il pilastro a motivo ornamentale a candelabra, una piccola scala rappresentante i quattro gradini della vita e la balaustra, tutti in trachite bruna di Serrenti, contrastano nettamente con il marmo di Carrara con il quale lo scultore ha raffigurato la bambina e il suo cappello a larghe falde. Un gioco artistico che separa i due mondi, “l’aldilà e l’aldiquà – sottolinea Dadea – un vero e proprio inno funebre in scultura”.

Il monumento a Maria Ugo Ortu di Giovanni Sartorio (foto Maurizio Pretta)

Lo stesso discorso vale per le due successive tombe del Sartorio: quella delle sorelle Letizia e Pinuccia Mauri raffigurate mentre danno le spalle alla vita terrena, attratte da un mistero più grande, ovvero una madre celeste, e quella di Elisa Mossa, un vero e proprio poema in scultura con l’iscrizione sulla colonna spezzata – simbolo di morte prematura – che cita il Manzoni del 5 maggio: ‘Non imprecare o Mamma al fulmine che mi spezzò! Quel Dio che atterra e suscita Che affanna e che consola A me die’ vita nuova e pace a voi darà conforto’. Molto spesso queste tombe rappresentano uno scambio di ambasce fra i figli defunti e i genitori, come si evince anche in quella della piccola Mariuccia: ‘Vivo fra gli angeli ma non sorrido. Finché tu piangi, o Mamma, io non ho pace’.

Una delle più strazianti, tuttavia, è quella commissionata da Beatrice Boy al Trojani per commemorare i figli avuti dai matrimoni con l’architetto Michele Musu e col capitano Giovanni Perria: sette bambini, Samuele, Romualdo, Giulia, Beniamino, Enrichetta ed Evangelina Musu, morti in tenera età e Giulio deceduto non ancora trentenne.

La passeggiata al cimitero è proseguita, con un pubblico partecipe e attento, attraverso le mille curiosità – svelate da Mauro Dadea e impreziosite dal supporto del fotografo Nicola Castangia della cooperativa Voleare che si occupa della gestione del cimitero – come quella della copia dell’enigmatico angelo tubicino, una statua funebre del cimitero genovese di Staglieno, chiamata “l’angelo dell’eterno giudizio” e replicata in svariate parti del mondo, che in tempi recenti è diventata quasi un’icona pop, essendo ripresa nella street art e anche nei tatuaggi, come quello dell’ex calciatore inglese David Beckham.

Decine di piccoli monumenti parlanti, altamente rappresentativi dell’elaborazione del lutto degli adulti per la perdita dei figli, ma anche delle credenze e delle superstizioni dell’epoca, formano una sorta di Spoon River dell’infanzia cittadina. Ogni tomba ha una sua particolarità, ogni lapide racconta la vita e la morte di questi sfortunati bambini. Si giunge così a quella del piccolo Luigi Cabras, ritratto con gli occhi aperti sul letto di morte, quasi a rappresentare l’illusione della continuità della vita; a quelle dei maschietti abbigliati con la veste lunga, il gonnellino, (prassi dalla duplice valenza, igienica e superstiziosa, molto comune in passato) e altre ancora, con i bimbi vestiti con il saio dei frati minori e le bambine con quello delle monache agostiniane al fine di sciogliere un voto. Destano curiosità la composizione allegorica del piccolo sepolcro di Giulio Atzeni, la tomba che narra la cronaca di Tommaso, morto di croup, o di quella del povero Manfredi Siotto annegato nelle acque di Sa Scaffa nel 1854. Il limite espressivo del Sartorio nel ritrarre le persone adulte viene evidenziato nella tomba di Adelina Sbragia e della madre Ersilia Benetti, mentre la sua abilità appare ancora una volta evidente nel contrasto fra il bianco marmoreo e la pietra scura che si ripete in quella del giovane Gastone Ciprietti, raffigurato con la divisa del Convitto Nazionale.

Giovanni Sartorio – La tomba delle sorelline Mauri (foto Maurizio Pretta)

Dopo oltre due ore di percorso, la visita si stava per avviare al termine. Ma c’è stato ancora tempo per visitare altre interessanti lapidi scolpite in versi di prosa e poesia, quelle del settore acattolico, caratterizzate dalle scritture care alla moda paleocristiana e dalle sigle in italiano arcaico derivanti dalle traduzioni bibliche del Diodati, usate nelle tombe dei protestanti. Molto particolari e ricche di simboli anche le lastre di Rosetta Martini e Gian Arturo Canegallo, e il monumento a Enerino Birocchi che, coperto da una pagoda metallica, viene rappresentato nella duplice veste di neonato e collegiale. Non potevano mancare le cappelle gentilizie, con la visita a quella della famiglia Pernis, una grotta messa in opera dal Sartorio attraverso un’ambientazione di carattere teatrale, quasi a simboleggiare il ritorno alla terra, e, immancabilmente a quella della famiglia Devoto, che ospita la statua che con tutta probabilità è la più famosa del cimitero monumentale, ovvero quella del piccolo Efisio, con la celebre frase ‘Cattivo! Perché Non ti risvegli?’ che ha dato il titolo a questo interessante appuntamento culturale.

Il finale è stato dedicato al ricordo, con la testimonianza del figlio Lorenzo, del professor Antonio Spanedda e del professor Giuseppe Brotzu, che con la loro instancabile opera di ricerca scientifica contribuirono enormemente a salvare la vita di tantissime persone, bambini compresi.

Giovanni Sartorio – Monumento di Adelina Sbragia ed Ersilia Benetti (foto Maurizio Pretta)

In copertina la tomba di Gastone Ciprietti (foto Maurizio Pretta)

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