Può la carriera di un pugile durare appena tre riprese? Nel caso di Raimondo Gaviano, purtroppo, la risposta è mestamente affermativa. Un sogno covato a lungo, ispirato alla stagione dorata della boxe sarda degli anni Sessanta e al mito di Muhammad Ali, che sta per avverarsi davanti al suo pubblico, quello di Seui, interrotto invece dal conteggio dell’arbitro che si trasforma beffardamente nel requiem della sua giovanissima esistenza. Una tragedia che ha segnato la storia del pugilato isolano e che il giovane regista Andrea Deidda ha raccontato nel cortometraggio ‘Santamaria’.

L’Accademia Pugilistica “Sardegna” era nata nel 1951. Sul suo ring hanno sputato sangue e sudore quasi tutti gli atleti che a suon di cazzotti sarebbero balzati alle cronache sportive internazionali, collezionando tanti successi e rendendo quella stagione irripetibile. Qui si formò gran parte della golden age del pugilato cagliaritano, gente del calibro di Piero Rollo, Tonino Puddu e Paolo Melis per intenderci. Erano i gloriosi anni dove la boxe era molto popolare nell’intera isola e gli appassionati accorrevano a migliaia per vedere gli incontri di Fortunato Manca, “Il toro di Monserrato” – memorabile il suo match contro la leggenda nazionale, ma con solide radici cagliaritane, Duilio Loi, valido per il titolo europeo dei pesi welter e disputato in uno stadio Amsicora gremito di folla il 15 luglio del 1962 – o dell’algherese Tore Burroni e si esaltava per le imprese olimpiche di Fernando Atzori da Ales.
In questo clima epico moltissimi giovani si appassionavano alla nobile arte della boxe, un fenomeno che andava oltre i confini cittadini, con palestre che nascevano ovunque, da Porto Torres fino a Fonni, Tortolì e Carbonia. Ed è in questo clima che il giovane Raimondo Gaviano, barbaricino di Seui, venne folgorato dai summenzionati campioni locali e da quel momento decise di sognare in grande e diventare meglio di loro, di diventare come il migliore di tutti, Muhammad Ali.
Era il gennaio del 1968 quando Gaviano si presentò all’Accademia Pugilistica Sardegna di Cagliari, città nella quale si era trasferito tre anni prima, come moltissimi suoi compaesani, e dove lavorava nel bar di famiglia del quartiere La Palma. Lo prese in consegna la leggenda Piero Rollo, che da subito aveva notato in lui i presupposti per diventare un buon pugile fra i pesi leggeri, dal quale apprende i rudimentali del ring, quando nella stessa palestra stava crescendo un altro giovane destinato a far parlare di se, Franco Udella.
Raimondo si impegnava tenacemente e non stava più nella pelle. Aveva fretta e voglia di esordire in un incontro ufficiale. Quale occasione migliore se non quella di una kermesse pugilistica organizzata nel suo paese natale? E così avvenne. La Pro Loco di Seui aveva affidato alla Società pugilistica di Tortoli il compito di organizzare una serie di incontri in occasione delle festa patronale di San Rocco. La comunità viveva l’attesa con trepidazione, anche perché in tre degli otto match previsti avrebbero combattuto i pugili locali, Carta, Lobina e Gaviano e fra i partecipanti figurava l’astro nascente e futuro campione italiano, il cagliaritano di Sant’Elia, Natale Caredda.

Erano le 21 del 16 agosto 1968, quando nel campo sportivo di Seui, straripante di spettatori, suonò il gong che dava l’avvio all’incontro, diretto dall’arbitro cagliaritano Cabras, fra Raimondo Gaviano e il suo giovanissimo sfidante, anch’egli esordiente, Giancarlo Bellisai da Carbonia, entrambi visibilmente emozionati. Fuori i secondi, un segno di croce e fu boxe. Nonostante la normale inesperienza dei novizi contendenti, la folla incitava il giovane locale che nei primi due round sembrava comunque in condizioni migliori dell’avversario. A bordo ring, a fare il tifo per lui, stavano anche la vecchia gloria Fortunato Manca e i giovani Udella e Piras freschi di “azzurro” e pronti a partire per le olimpiadi messicane. All’angolo Piero Rollo si assicurava delle condizioni respiratorie del suo giovane allievo, che, appena cominciata la terza ripresa, partiva alla carica e con un gancio sinistro colpiva in pieno viso il sulcitano. La replica di Bellisai fu fulminea e con un sinistro-destro, un diritto e un gancio alla mascella, mandò a tappeto Raimondo Gaviano.
L’arbitro Cabras cominciò subito il conteggio e dichiarò il Knock Out. Raimondo Gaviano rimase al tappetto per non alzarsi mai più. In un attimo, fra lo sconcerto del rivale e degli spettatori, la festa si trasformò in tragedia. A nulla valse la corsa all’ospedale di Lanusei dove il giovane giunse ormai privo di vita. La successiva autopsia svelò che a uccidere l’aspirante campione seuese non fu il gancio di Bellisai ma l’impatto del capo con il tappetto del ring che risultò ad ogni modo a norma. Fu “soltanto” una tremenda fatalità.
Quel ragazzo che sognava di diventare come Muhammad Ali ebbe invece la medesima sorte di Frankie Campbell, morto sul ring di San Francisco sotto i colpi micidiali di Max Baer. Il fatto suscitò ampie polemiche nel mondo della boxe italiana e contribuì ad aprire una lunga riflessione sui regolamenti e sulle idoneità per la pratica di questa disciplina. Il caschetto protettivo, tuttavia, venne introdotto per i pugili non professionisti soltanto nel 1984.
Raimondo Gaviano riposa nel cimitero di Seui, dove venne eretta una statua rappresentante un pugile con le braccia al cielo. La sua storia è stata raccontata nel bel cortometraggio ‘Santamaria’, del giovane regista di origini seuesi Andrea Deidda, presentato per la prima volta al Premio Kentzeboghes nel dicembre del 2021











