La musica indie italiana ha smesso da diversi anni i suoi panni e si è trasformata nel nuovo pop italiano, arrivando a dominare le classifiche, presenziare in tv e diventare il punto di riferimento di una intera generazione. Max Collini è stato per quasi undici anni voce narrante e autore dei testi degli Offlaga Disco Pax, band che ha fatto parte dell’ondata indie dei primi anni anni zero.
Con “Hai paura dell’Indie?“, Collini prova a spiegare con esilarante serietà come si sia arrivati a questa esplosione commerciale in un viaggio tra parole, ironia, invidia e in certi casi ammirazione. Domenica 10 ottobre, lo spettacolo chiuderà l’edizione 2021 della rassegna How to Film the World all’interno del Carbonia Film Festival. Collini ci ha raccontato com’è nato questo progetto e che differenze ha trovato, in corso d’opera, tra la sua generazione indie e quella attuale.
Stai portando in giro per l’Italia da due anni lo spettacolo “Hai paura dell’Indie?”. Quando e come nasce?
Nasce nell’estate del 2019 quando venni invitato a fare lo stesso tipo di spettacolo in due località diverse. Mi avevano chiesto un reading che avesse un argomento particolare. Ho avuto dunque questa intuizione di fare un reading coi testi delle canzoni indie che andavano allora per la maggiore. Pensavo potesse essere una cosa estemporanea e invece mi sono accorto che il pubblico era basito, ma anche incuriosito e divertito. Ho capito che questa poteva diventare una cosa teatrale, leggera ma con dei contenuti. Penso sia la cosa più leggera e più ironica io abbia fatto nella mia carriera. Mi è piaciuto scoprire una parte di me che non credevo di avere, quella dell’intrattenimento.

Qual è stato il risultato di formare e portare avanti questo spettacolo?
In realtà, l’ho detto, doveva essere una cosa temporanea. Poi è diventato il mio lavoro degli ultimi due anni, con risultati stupefacenti. Sono andato in televisione, sui giornali, in radio. Insomma, mi ha permesso di fare cose che normalmente non avrei fatto. Devo dire che sono contento di aver scoperto questa parte di me, ma soprattutto che questa parte di me piaccia anche al pubblico. Un pubblico anche nuovo, che non necessariamente ha conosciuto il mio percorso precedente.
Hai fatto parte di una generazione indie ben diversa. Che tipo di indie racconti?
Arrivo a raccontare un mondo musicale italiano che è arrivato a diventare il nuovo pop. Il mondo che ho frequentato io negli anni zero era un mondo di autoproduzioni, di piccoli club, di appassionati. Il mondo di oggi è pop, costruito però dal basso. I Coez, i Cani, i Brunori, i Calcutta, i Tommaso Paradiso, questo mondo comunque molto sfaccettato e diverso. Lo dimostro con il brano “Completamente” dei The Giornalisti, che è un po’ il singolo del tour e che è l’unico momento dello spettacolo in cui canto. Le case discografiche sono arrivate dopo: poi in pochissimo tempo hanno conquistato Sanremo. Una cosa inimmaginabile. Pensa a due comprimari come Colapesce e DiMartino che vanno a Sanremo e sbancano tutto. Credo però che questa scena abbia un linguaggio suo ma manchi di sperimentazione, qualcosa che cambi lo stato di cose esistente. E’ una scena molto conservatrice e conformista.
Come mai questa scena indie ha avuto così tanto successo rispetto alla precedente?
Credo abbiano conquistato un nuovo pubblico. C’è tanta musica pessima nel pop ma ci sono anche cose molto interessanti. La nuova generazione non vedeva l’ora di identificarsi con un nuovo gruppo di artisti non imposti dal sistema. Uno come Calcutta non è un personaggio che puoi imporre come icona pop, ma è talmente forte che può mettere sul piatto degli aspetti di contenuto che ricordano il Vasco Rossi giovane. Calcutta è un artista che è stato così dirompente che ora è un punto di riferimento della scena. C’è un pubblico che si identifica nelle sue canzoni e in quel tipo di linguaggio che lo rappresenta più, magari, della Amoroso – con tutto il rispetto per lei.

Sei passato dalla vita sul palco con una band ad uno spettacolo da solo: com’è stato?
I luoghi in cui porto questo spettacolo sono diversi dalla mia esperienza con gli Offlaga Disco Pax e con Spartiti. Il contenuto fa il luogo, chi mi cerca, cerca una proposta adatta alla sua realtà. E’ un monologo che dura poco più di un’ora e che si adatta ovunque: teatri, il classico circuito della musica indipendente, e poi appuntamenti come quello del Carbonia Film Festival dove il mio spettacolo si inserisce perché ha dei contenuti, divertenti e leggeri – ma non soltanto. Viene ritenuto compatibile con quel tipo di pubblico e di contesto. Lo trovo molto bello. Ho fatto una cinquantina di date che durante il Covid sono davvero tante. Sono molto contento di questo. Ho iniziato a calcare i palchi nel 2005, ho sempre avuto timore, ma ora mi trovo molto a mio agio in questo ruolo. Non vuol dire che non voglia fare altre cose, però ho scoperto una parte di me che è molto in pace col palco.
Max Collini ha paura dell’Indie?
Un po’ sì. E anche un po’ invidia (ride, nda). Ci sono dei numeri che sono inimmaginabili per uno della mia generazione e per uno che ha fatto il mio percorso. Quindi un po’ mi fa paura e un po’ mi domando cosa sarebbe successo se “Socialismo Tascabile” (primo album degli Offlaga Disco Pax) fosse uscito oggi coi social e tutti gli strumenti che ci sono ora. Uscito oggi probabilmente sarebbe in grado di imporsi. Ogni lavoro però è figlio del suo tempo, probabilmente ora non scriverei un disco così. Allora avevo poco più di 30 anni, oggi ne ho 54. E’ cambiato il mondo rispetto ad allora. Però devo dire che questa scena indie produce qualche schifezza ma anche cose molto interessanti. Da osservatore e da appassionato riconosco che molti sono bravi. Nello spettacolo segnalo diversi artisti che mi piacciono, tanto che dopo che lo finisco qualcuno si ferma a parlare con me e mi chiede informazioni.










