Metti un’estate sotto l’ombrellone, in una qualsiasi delle spiagge sarde ambite da turisti e vacanzieri, metti un giallo tra le mani per trascorrere le ore che abbia come protagonista proprio quella Sardegna così amata e allo stesso tempo ricca di contraddizioni, narrata da un gruppo di scrittori e scrittrici isolani riuniti per un quadro corale che ha le sfumature del colore del sole.
Ci sono tutti gli ingredienti per una antologia di dieci racconti, “Giallo sardo 2. Un’altra estate”, in uscita il 20 giugno per Edizioni Piemme, che torna tra gli scaffali delle librerie dopo la fortunata esperienza della prima edizione del 2020, con tre ristampe in due mesi e migliaia di copie vendute.
Se è vero che esiste una scuola sarda, ovvero una scena letteraria isolana vivace e consolidata, dalla consistenza qualitativa ormai acclarata, è vero che in questa scena scrittori e scrittrici “di genere” si muovono nelle sfumature del giallo con assoluta maestria. E lo confermano anche in questa raccolta che mette insieme Francesco Abate, Ciro Auriemma, Antonio Boggio, Eleonora Carta, Maria Francesca Chiappe, Marcello Fois, Elias Mandreu, Lorenzo Scano, Barbara Sessini e Gavino Zucca.
I racconti
“Come gigli di mare”, di Ciro Auriemma, esplora la violenza e, insieme, la fragilità della mente umana attraverso un’indagine del maresciallo Rosario Camilleri, siciliano di nome e sardo di nascita. Antonio Boggio, autore di una serie poliziesca edita da Piemme, in “Pelle dura” ci riporta a Carloforte con il protagonista dei suoi romanzi, il commissario Alvise Terranova. Eleonora Carta in “Niente da nascondere” ci porta in Ogliastra, con l’interrogatorio di un uomo sospettato di avere avuto un ruolo nella morte di un escursionista disperso. Maria Francesca Chiappe in “Morte smeralda” racconta il mistero di ferragosto delle notti dorate in Costa Smeralda, tra nababbi e persone in cerca del facile successo. Torna anche Marcello Fois con “Quattro stelle (de lux)”, due mondi a confronto, quello de su mere e quello di Gavì nel cuore della Barbagia. Il collettivo Elias Mandreu – al secolo Mauro Pusceddu, Andrea Pusceddu ed Eugenio Annichiarico – torna in “Refrain” con un personaggio già presente nel primo volume dell’antologia, il maresciallo Mirko Stankovic, per raccontare un tema doloroso e di stretta attualità: la violenza sulle donne e il femminicidio. Lorenzo Scano in “Foto di gruppo per il commissario Atzeni” tributa allo scrittore di “Passavamo sulla terra leggeri” una brutta e sporca storia di periferia cagliaritana. Barbara Sessini ambienta a Iglesias il suo racconto per far cercare a Fortunata, la protagonista, la verità su un fatto di sangue consumatosi quando era bambina. In “Principio di precauzione”, di Gavino Zucca, torna la coppia Spano-Martinez, già presente nel primo volume della raccolta, impegnata tra Alghero e Sassari a risolvere il caso dell’omicidio di un turista, giunto nella cittadina catalana a bordo di una nave da crociera.
Ne viene fuori uno spaccato di vita che, come in un mosaico, racconta il contemporaneo sardo delle chiassose località in Costa, delle periferie urbane degradate, dei traffici della malavita che trovano terreno fertile nelle campagne assolate e semi deserte, in un mix di delinquenza e ordinarietà che il genere giallo noir è capace di tratteggiare più di molti trattati sociologici. E così fanno gli autori e le autrici di “Giallo sardo 2”, attraverso i loro investigatori dalle storie improbabili, commissari scafati e giornaliste dalla spiccata curiosità, impegnati a risolvere casi intricati che li porteranno a contatto con una umanità variegata.
Francesco Abate
Il giallo si presta più di altri generi al racconto della contemporaneità? Lo abbiamo chiesto a Francesco Abate, curatore della raccolta e autore di un racconto ambientato nel mondo del divertimento notturno cagliaritano degli anni ’90.

“Il giallo si presta molto, poi non so se più di altri generi – ci ha detto – al racconto della contemporaneità anche perché una delle regole del giallo è quella che se tu hai un tuo personaggio, che magari è un personaggio seriale, quel personaggio ha un luogo dove si muove e non può cambiarlo. Quel luogo è l’oggetto della sua narrazione che esplora attraverso la narrazione del giallo, cioè quel delitto è maturato all’interno di una determinata società, di un determinato ambito geografico, politico, sociale, umano. E se poi soprattutto hai un personaggio seriale, quel personaggio cresce al pari del luogo, di cui è testimone. Quindi il giallo può essere grande testimone della contemporaneità ma può essere anche un buono strumento per ricordare quello stesso luogo in momenti che non fossero la contemporaneità. Del resto questo lo testimonia il grande successo del giallo storico, la possibilità attraverso un atto criminale di tornare in quel luogo in un momento diverso e quindi andarne a scoprire la radice. Io credo fondamentalmente che il giallo abbia due indagini in corso: una, quella propria del delitto da risolvere, a cui dare un colpevole e l’altra, quella di indagare il momento storico in cui si svolge”.
La vera protagonista di tutte le storie presenti nella raccolta è la Sardegna?
“Quando con Francesca Lang, editor di Piemme, ci incontrammo a Segrate per ragionare su questa raccolta c’erano una serie di punti fissi. Io avevo già il titolo in mente, “giallo sardo”, e uno dei punti fissi era assolutamente che doveva rappresentare e presentare la Sardegna in tutte le sue sfaccettature, in tutti i suoi territori e possibilmente cercando di tracciare nuove strade o strade meno battute della nostra isola, che non fossero appunto quelle stereotipate, note, quindi la Sardegna è regina anche per questa seconda volta della raccolta”.
Quanto è difficile scrivere un buon racconto giallo, che sappia appassionare e coinvolgere il lettore fino ad arrivare alla soluzione del mistero?
“La gran parte gli autori risponde a questa domanda affermando che è molto difficile, del resto lo spazio di azione degli autori di giallo sardo è di 40, massimo 50 pagine, quindi bisogna essere molto preparati nella scrittura. Però per me è il contrario, io trovo la forma del racconto molto semplice perché non c’è mio romanzo che non sia nato da un racconto, cioè io prima di preparare un romanzo faccio un bel trattamento, che è appunto un racconto in cui sintetizzo ciò che sarà il romanzo, dunque è la mia forma primitiva per cui mi piace e non trovo assoluta difficoltà. Del resto va anche detto che ognuno di questi racconti, sia del primo volume che del secondo, credo siano degni germi di essere ognuno di loro un romanzo. Qualcuno lo è stato e qualcuno lo sarà”.










