Per i critici letterari, Lorenzo Scano è appena entrato nell’olimpo letterario come il talento sardo del noir. Una definizione pesante, che si porta dietro tante aspettative che il giovane scrittore di Capoterra dovrà saper rispettare e migliorare. Tutto merito del romanzo “Via Libera“, uscito lo scorso 5 maggio ed edito da Rizzoli nella collana Nero Rizzoli.
Sul testo, la storica casa editrice milanese ha puntato fortemente, affiancandolo a quelli di autori di pregio come Massimo Carlotto, Maurizio De Giovanni, Piergiorgio Pulixi, Sandrone Dazieri e Enrico Franceschini. E la fiducia è stata ripagata sia in Sardegna che nel resto d’Italia.

Cosa racconta “Via Libera”?
Ci sono tre ragazzi legati da un destino comune. Filippo, Chanel e Davide vengono da tre estrazioni familiari differenti ma sono collegati da una realtà che attorno a loro si mostra a tratti cruda, spesso violenta e subdola. La città di Cagliari e l’Area Vasta fanno da sfondo e da teatro, creano l’atmosfera e la struttura di una storia che passa dal complesso residenziale di Santa Gilla ai palazzoni del Cep. La vita dei tre si intreccia, si interseca, si congiunge fino all’esplosione finale.
Filippo è un figlio di papà viziato e con poca voglia di fare. Non studia, a malapena si presenta a scuola. Si presenta col portafoglio gonfio e il vestito inamidato, la macchinina costosa e le ragazzine che accettano le sue avances. Ma la vera adrenalina è quella di frequentare coetanei che vivono una esistenza più pericolosa, fatta di spaccio, violenze, ricatti. Proprio quella esistenza dalla quale Chanel e Davide stanno cercando di scappare. La prima è figlia di un ex boss di quartiere, Marione Santorsola, che per lei sta cercando di cambiare vita e ripulirsi, assecondando pure i sogni di lei di diventare scrittrice. Il secondo è figlio di un altro ex boss, che ha scontato qualche anno di galera per un tentato omicidio e che grazie alla boxe sta anch’egli tentando di trovare uno sbocco sereno in un mondo complicato.

Perché “Via Libera” è un romanzo potente?
Non dipende solo dalla storia, che rimane appassionante dall’inizio alla fine, come se ballasse su un filo tracciato tra due estremità. C’è un equilibrio teso, aiutato dalla ricerca linguistica che lo scrittore ha fatto. C’è un continuo mix di alto e basso, di linguaggio forbito e di slang, senza che nessuna delle due parti vada a prevalere sull’altra. E c’è un flusso di parole che pare la scivolata di una valanga, che invita il lettore a non spostare neanche per un attimo l’attenzione verso altro che non sia quel romanzo.
Ne è uscita una narrazione potente, coinvolgente. Dove l’autore ha descritto in maniera acritica un vortice di fatti da cronaca nera, accompagnandoli proprio con la chicca di prime pagine di giornale magistralmente ricreate per dare maggiore verità alle scene. E ha accompagnato l’intreccio di tre personaggi che dovrebbero rappresentare lo stereotipo dei protagonisti positivi di una storia e che invece si trovano di volta in volta a dondolare nella riflessione su cosa sia il bene e cosa sia il male.










