Tutto ingannevole appare ciò che si manifesta, dentro questo caldo. Tutto sembra cambiare, sotto questa frenetica voglia d’esistere.
L’inizio dell’estate è come un pensiero fuori fuoco di ieri, eppure è come una promessa di domani stretta al collo.
I primi giorni di caldo sono una finestra socchiusa, con vetri polverosi di cose da portare a compimento, da inseguire, non perse ma in ritardo. L’indomabile pressione del sentirsi perennemente in ritardo è uno dei mali del nostro tempo, di questo rinnovato, spietato medioevo.

Che poi, l’estate è iniziata già da un pezzo, per chi se la può permettere, o per chi si impegna a volerla mordere come un limone.
Abbiamo così i nostri giorni, quelli lenti, quelli veloci, quelli così carichi di idee rapide che piovono poi in gocce giuste di entusiasmo scintillante. I giorni no, quelli che domani andrà meglio, quelli brutti e quelli vuoti. Quelli tristi o tesi, all’apparenza privi di utilità. Quelli allegri, di sorpresa, d’affetto e anche quelli d’amore, nelle varie forme. I giorni con i nuvoloni. Quelli senza idee sotto un sole cocente, quelli col sorriso al mattino, morbidi d’una carezza d’animale. Quelli che suonano una bella musica. I giorni in cui vinciamo e i giorni di pausa o di ricercata o meno solitudine. I giorni belli. I giorni d’attesa. I giorni degli arrivi e quelli delle ripartenze. Eppure tutti i nostri giorni ci definiscono. Ritraggono pezzetti di noi, come tante fotografie istantanee che verranno poi affidate al vento. Folate di ricordi, ed è giusto così, non si perde mai. Scorre solo il tempo.

Perso nel mio flusso di coscienza, che fa caldo – mamma che afa – in questo autobus diretto verso il mare, con aria artificiale e puzza vera di gente vera con pochi finestrini, schermi accesi, mani indifferenti che presto è già tardi per arrivare a conquistare un inizio d’abbronzatura, cosa che a me pare una tracciata penitenza.

Dell’estate forse amo di più le sere, l’odore dei campi che trasudano il calore devastante del giorno di questa terra, rendendolo pieno, come a ripagare un debito. Gli animali che trovano finalmente respiro rientrando agli ovili, sotto una polvere sollevata da un calpestio secco continuo, il suono arcaico dei campanacci lontani che sembra un rumore d’ossa sfregate, battute, abbattute. I cani che abbaiano e s’agitano pallidi nel sentirsi guida, pastore. Pecore e pecore, giallastre, nude, sembrano quasi anime perse, a grappoli, o fantasmi senza mantello. Infine, il profumo dell’elicriso, il sole d’ovest che piano piano s’arrende. Quando un Vermentino fruttato forse aiuterebbe ad avere pensieri cristallini e scambi di parole più sinceri.
“Sembra sole nascente
Il sole d’Occidente
Sembra sole che nasce
Questo sole calante”
(CCCP Fedeli alla Linea)
Mi piacciono quelle sere alla ricerca della Luna, vera o artificiale che sia. Adoro i racconti detti piano, quelli con le pause giuste, con la punteggiatura necessaria esibita al crepuscolo. Magari con un punto e virgola a chiudere o a tenere aperte le prime ore della notte.

In quelle ore, sì, quando tutto appare necessario, come desideri d’una semplicità disarmante, come le giornate asciutte, eroiche, nelle quali non pensare più a niente. Almeno per un po’.
Ancora per un poco – appunto – prima di stringere le spalle a quell’umidità salmastra isolana, che sembra volerti sussurrare piano il suo: “sei vivo, respira, fermati qui dieci o cento istanti ancora, non andare”.
Intanto soffia un vento caldo, che arriva da sud – non me ne ero accorto – mi sembra di sentirne la voce, rauca di sabbia. E antichissima, con quel suo alito d’estate.














