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D’epica, d’avventura e di rock n’roll. Enrico Brizzi si racconta a Cagliari per il festival Marina Cafè Noir

Di Maurizio Pretta
14/10/2023
in Cultura, Libri
Tempo di lettura: 6 minuti
D’epica, d’avventura e di rock n’roll. Enrico Brizzi si racconta a Cagliari per il festival Marina Cafè Noir

Fra gli ospiti più attesi della ventunesima edizione del festival Marina Cafè Noir, in scena in questi giorni a Cagliari grazie all’associazione Chourmo, lo scrittore bolognese Enrico Brizzi ha incontrato venerdì nello spazio dei Giardini sotto le Mura il pubblico cagliaritano. Assieme a Flavio Soriga ha parlato della sua ultima fatica letteraria, ennesimo tassello di una sterminata bibliografia e di una carriera lunga trent’anni, ‘Enzo. Il sogno di un ragazzo’, pubblicato da HarperCollins edizioni, primo atto di una saga dedicata al signore delle Ferrari. Al termine dell’incontro e dopo essersi concesso ai suoi lettori per il consueto firma copie, ha accettato di rilasciarci un’intervista dall’epilogo inaspettato, ma assai gradito.

Partiamo dalle origini. Quanto pesa, ancora oggi, l’eredità di ‘Jack Frusciante’ e ‘Bastogne’?

È qualcosa che ti abitui a considerare come il tuo biglietto da visita. Molte persone ti conoscono per quello che è stato l’inizio del tuo percorso. In un mondo in cui la gente va a vedere i concerti dei Rolling Stones e vuole sentire ‘Satisfaction’ o va a sentire Bob Dylan e vuole sentire ‘Blowin’ in the Wind’, capisci che è la cosa più normale. Molti artisti considerano quasi un fastidio l’essere messi di fronte a quanto hanno fatto in un passato magari molto remoto. Per quanto mi riguarda, mentre ero fra il liceo e l’università, mentre scrivevo Jack Frusciante, mai averei pensato che scrivere sarebbe potuto diventare un mestiere. Per cui credo che bisogna essere consapevoli di avere avuto una fortuna clamorosa e di dovertela meritare; questo non significa scrivere le stesse cose, ma dedicare alla scrittura la stessa devozione che aveva per te quando eri ragazzino e per te era sacra, perché erano sacri certi libri che ti arrivavano in mano quando leggevi Pier Vittorio Tondelli, ‘Il giovane Holden’, ‘Jim entra nel campo da basket’ e avevi l’impressione di stare di fronte alla manifestazione di qualcosa di divino o più semplicemente davanti all’espressione di enorme talento di persone che ti avrebbe fatto piacere incontrare, conoscere, scambiarci due parole e berci una birra insieme. Quella è la dimensione su cui devi restare, sei un artigiano che fa qualcosa che gli piace, poi ognuno ci mette la sua connotazione particolare. Per me la scrittura è molto vicina alla musica, al rock in particolare, perché la scrittura non è solo pensiero, non è solo trame, ma è anche la musicalità della pagina e quindi ogni libro è un poco come un album. Ce ne saranno alcuni che avranno un arrangiamento molto elettrico, ‘Bastogne’ secondo me è molto new wave, mentre ‘Jack Frusciante’ è una ballad per chitarra acustica. D’altra parte l’anno prossimo compio cinquant’anni, quindi sarebbe abbastanza strano restare ancorato sempre agli stessi temi e alle stesse fascinazioni, per questo è stata una bella avventura, quella di sperimentare cose diverse, mettersi metaforicamente a tracolla strumenti diversi, scrivere di fantastorie, di cammini o confrontarmi con storie di cento anni fa come l’ultima che ho scritto, quella su Enzo Ferrari. Sono tutti segni, molto banalmente, del fatto che sei vivo; continui a leggere di cose che t’interessano e a innamorarti di storie nuove. A vent’anni non avrei mai pensato di scrivere un romanzo ascoltando Puccini e Rossini, ma ci sta, come ci sta stasera fare un dj set dove ci saranno i Manno Negra e a un certo punto magari i Chemical Brothers.

Facciamo un salto lungo trent’anni e nella tua sterminata bibliografia scegliamo ‘Il diavolo in Terra Santa’, il libro che racconta di un tuo viaggio a piedi da Roma a Gerusalemme e che ci porta dritti a un tema di strettissima e dolorosa attualità. Come è stato quel viaggio e come vedi l’ennesimo sanguinoso conflitto figlio di una situazione che ormai si trascina da diversi decenni?

Quel viaggio è stato un’emozione molto forte. Ci ho messo anni per scriverne. Mentre alcuni libri di viaggio sono nati immediatamente, levato lo zaino e fatta la doccia appena tornato a casa mi sono messo a scrivere, quello a Gerusalemme è un viaggio che mi ha chiesto dieci anni di riflessioni. Ci sono arrivato a piedi, impolverato e mi sono trovato in mezzo a situazioni che sono indicibili, difficili da capire, prima ancora che da raccontare. Come molti ragazzi italiani sono cresciuto in una scuola dove si portava la kefiah, in segno di solidarietà con la lotta dei palestinesi, un’istanza che sento forte ancora oggi. Quello che non riuscivo a figurarmi, fino a quando non ci sono andato di persona, è come la società di quel posto unico, che teoricamente dovrebbe essere organizzata per due popoli, in realtà lo è soltanto per uno, chi ha le chiavi di casa tiene l’altro confinato. Se ci pensiamo quella società è nata in un modo unico, dopo la persecuzione scientifica degli ebrei durante il nazismo, e dal 1948 in poi sono arrivati lituani, ucraini e altri che avevano una cultura socialista. Ecco, questo è difficile da capire, che Israele è nato come un paese socialista, con l’esperienza dei kibbutz e di una militanza vera di tanti giovani. Ora, io non sono un esperto di politica internazionale, quello che posso dire, che è vicino al mio cuore, è renderci conto che non ci sarà mai una soluzione, se si pensa che ci si possa arrivare facendo il tifo per una delle due parti. Per un motivo molto semplice, non sono due parti. Il palestinese cresciuto dentro Fatah non è lo stesso estremista di Hamas, come l’ebreo di tradizione laburista non ha nulla a che vedere con il colono ultranazionalista che appoggia Netanyahu e vota i partiti più estremi che lo sostengono. L’unica cosa che si può auspicare e che si arrivi ad avere due leadership dialoganti, perché i falchi fanno disastro del loro stesso popolo, qualunque esso sia.

Enrico Brizzi al “firma copie” del Marina Cafè Noir. Foto di Maurizio Pretta

La Sardegna, molti anni fa, è stata una terra con una grande passione ciclistica, dove si svolgevano importanti gare alle quali partecipavano i migliori campioni delle rispettive epoche, da Fausto Coppi a Eddy Merckx il cannibale. Ti piacerebbe girarla in bicicletta o a piedi e perché no, magari scriverne?

Mi incuriosisce molto perché la storia della mia famiglia è legata alla Sardegna. Mio padre, da quando ero in prima media, lavorava nel nord, insegnava storia moderna all’Università di Sassari. Ci venivo spesso anche io, ma oltre la bellezza di fare il bagno ad Alghero mi affascinava quando andavamo a fare gite nell’interno per andare a trovare i suoi colleghi. Mi piaceva veramente girare per l’interno di quest’isola della quale nel continente si vede solitamente soltanto la costa, meravigliosa sicuramente ma che ha un grosso problema sociale. Me ne sono reso conto un paio d’anni fa, quando ho percorso a piedi il tragitto da Alghero a Caprera, uno dei più belli che abbia mai fatto, una costa stupenda dove poi però ti infrangi contro le lottizzazioni inaccessibili, villaggi vacanze, residence, dai quali i sardi sono espropriati totalmente. Una cosa che mi fa fare tanti pensieri. Poi, se ti devo dire quale sia la sensazione più fisica e più bella che collego al camminare in Sardegna, è che mi piacerebbe ripetere e perché no, andarci in bicicletta, non è tanto quello che si vede con gli occhi, la meraviglia evidente, ma il fatto di essere, rispetto a tanti altri cammini che ho fatto nel mondo, seguito in ogni passo dai profumi, odori che sanno di preistorico che si riflettono sulle letture che fai durante il percorso. Ho camminato leggendo Emilio Lussu e anche un racconto molto bello di Primo Levi, ‘Piombo’ che fa parte della raccolta ‘Il sistema periodico’. Essendo un amante della cultura dei popoli non posso che apprezzare, come apprezzo la musica sarda, anche se riesco a capire solo in parte i suoi testi in una lingua che trovo molto poetica. L’impressione è quella di arrivare in uno scrigno che l’isolamento ha certamente penalizzato, ma d’altra parte, lo ha in qualche modo preservato, ed è stata la sua fortuna. Ogni volta, come in tutti i templi, ci si entra levandosi il cappello e ci si cammina con un passo leggero.

Enrico Brizzi ci saluta, levandosi letteralmente il cappello. L’intervista sarebbe finita, ci starebbe bene una birra defaticante che accetta di buon grado. Cominciano le chiacchiere, che partendo da Maradona vanno a finire su Vasco Rossi, CCCP, Clash, Sangue Misto, Uribe e Victorino, Gianfranco Zola, gli hooligans del Chelsea e quelli del Marsiglia, la vita da ultrà, le figurine panini, Modena, Bologna, Tondelli e Ligabue, Pino Cacucci, Rock Area, Fugazi, Disciplinatha, Marlene Kuntz e Timoria. Persi in un dedalo di ricordi, incontri e coincidenze ci si ritrova a mangiare matzimurru e altre prelibatezze, le birre si moltiplicano e dopo due ore di conversazione, al caffè, ci si deve salutare per davvero. L’autore di ‘Bastogne’ deve andare a prendere i dischi per il suo dj set che comincerà a mezzanotte, noi per la nostra via, felici di farlo, come avrebbe detto Nazim Hikmet davanti al mare, con un poco di saggezza in più. Poi magari un giorno vi raccontiamo il perché.

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