Era ora che anche le generazioni post 80s potessero vivere quello che per anni tutti coloro venuti prima non hanno fatto altro che strumentalizzare per rinfacciare a tutti coloro più giovani, sentenziando superiorità musicali dettate assolutamente non dal merito dell’ascolto, del gusto, della ricerca, bensì solo ed esclusivamente dall’anzianità.
Era ora, si, che anche le nuove generazioni perdessero per strada una band leggendaria quanto innovatrice come i Daft Punk. Per di più, improvvisamente, di lunedì, di febbraio per giunta, tra news di pandemie, politica interna, cronaca varia.
Ammettiamolo, dopo aver ascoltato in differita prog, metal, grunge, aver saputo quasi per caso della notizia della morte di Kurt Cobain – senza nemmeno i mezzi real time di adesso – o, pochi anni prima, quando ancora si andava alle scuole elementari o medie, aver pianto per Freddie Mercury avendo visto uscire solo ‘Innuendo’, essersi documentati su Bon Scott, Cliff Burton, più recentemente Layne Staley, Chris Cornell, Scott Weiland, avendo però vissuto, lo ripeto, la loro carriera straordinaria solo o in parte in differita, era ora che anche questa porzione ormai quasi quarantenne di millennial e la sua successiva generazione Z potesse affrontare interamente il ciclo di vita di una band, di un simbolo, di un fenomeno mondiale.
A nulla vale aver vissuto sulla pelle la morte di Bowie, in quanto presenti ed attenti, forse, solo per ‘Thursday’s Child’ o ‘Little Wonder’, aver pianto per Chester Bennington quando i ‘Linkin Park’ non erano mai arrivati a quel punto di esposizione planetaria, o aver visto sciogliersi i R.E.M., è ben diverso, credetemi.
Nemmeno aver visto di sfuggita Lil Peep accarezzare questa Terra per poco tempo può valere, per quanto episodio doloroso della storia della musica, il perché è presto detto.
Partiamo dagli albori: la prima volta fu nel 1997, quel video assurdo di ‘Around The World’, diretto, lo scopriremo dopo da Michel Gondry, ci aveva ipnotizzato alla televisione, richiamando tutta la famiglia che, se magari infastidita da quel suono robotico, non poteva non rimanere affascinata dalla coreografia unica ed irripetibile, i più smaliziati forse ricordavano già il video con l’uomo vestito da cane in ‘Da Funk’ però era niente prima che esplodesse la bomba ‘Homework’: un frullatore supersonico di campionamenti spaziali, roboanti, amorevolmente fastidiosi, che aveva preso il posto nei nostri lettori dei cd metal e non ce ne vergognavamo, chiedendoci chi fossero quei due dentro quei caschi mentre in Francia già esplodeva una nuova scena che non faceva altro che rincorrerli seminando nel terreno i frutti della meraviglia di Air, Cassius, e in seguito Vitalic, insomma dando vita ad un fenomeno pari forse a quello della New Wave in Inghilterra quasi vent’anni prima.
Chi si sarebbe mai aspettato che di vedere improvvisamente un sosia di Capitan Harlock ballare in una mini serie anime a ritmo di funk mentre fuggiva nello spazio in una navicella rendendoci orgogliosi di essere dei nerd e dire alla tipa di turno che il disegnatore di quegli Anime (e non cartoni animati) era Leiji Matsumoto, autore di Galaxy Express, Starzinger ed altri capolavori 80s.
Non basta, no. I Daft Punk ci hanno aperto un mondo inesplorato di sample presi in ogni dove e rimescolati alla velocità della luce in una betoniera sonora che sporcava, ingrassava, spacchettava, ricementava con sapiente violenza suoni ormai irriconoscibili e ci faceva smuovere come dei tarantolati come se fossimo al Berghain oppure al Wacken, così, indifferentemente.
Si sono poi nascosti per quattro anni e sono tornati indietro come un boomerang con la svolta quasi techno e quasi metal di ‘Human After All’, stupendoci per ‘Robot Rock’ pensando che nemmeno fossero loro, prendedoci a schiaffoni con ‘Technologic’
Sono poi apparsi per pochi eletti (dal vivo o in streaming) al Coachella ad insegnare l’arte della esibizione mascherata diventata poi un must per Dj che ormai diventavano più animali da palco dei loro corrispettivi colleghi rock, sono stati in Italia al Traffic nel 2007 e poi mai più, si sono infiltrati in collaborazioni inaspettate, da Pharrel Williams a Kenye, Nile Rodgers, The Weeknd, unici ad avere il privilegio di collaborare con Moroder, a rendere un cantante decente Casablancas, vivono e soprattutto rimarranno a noi nei suoni di MSTKRFT, Justice, Erol Alkan, in jingle pubblicitari, nei negozi, nelle suonerie dei telefoni, i Daft Punk sono stati ovunque nel nostro mondo, per più di vent’anni.
Hanno conquistato il mondo dalla Francia, dall’Europa, che sfido io in un modo musicale comandato da oltreoceano quanto fosse impossibile riuscirci, sono stati in grado di influenzare senza nemmeno sembrare che ci tenessero, avvolti da quei loro caschi nemmeno fossero i Kiss o gli Spliknot
E hanno deciso di sciogliersi, a differenza di band stracotte che ancora continuano con gli stessi album dopo 30, 40 o addirittura solo dieci anni, non hanno inventato scuse per essere lontano dalle scene, non hanno proclamato a tutto il mondo di aspettare che i loro concerti diventassero a 0 emissione di carbonio, non rimangono sul palco a riproporre le solite tre, quattro canzoni trite e ritrite, ad inventarsi aneddoti assurdi in interviste farlocche fatte solo per marketing, per tentare di costruire qualcosa dal nulla
Insomma, “Forse non li abbiamo visti, li abbiamo vissuti”, avrebbe detto un sosia di Mastrandrea salutandoli così, magari nel backstage, poco prima del loro ultimo show, lasciandoci così, dopo questo viaggio psico emozionale, con qualche lacrima agli occhi, a rivedere in loop questo video, in cui, non chiedetemi chi, non mi interessa, decide di farsi innescare la bomba presente nel proprio corpo cibernetico per sparire per sempre
E quindi, ecco, ora abbiamo anche noi la nostra meritata leggenda
1993-2021
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