Il 2 novembre del 1891 è un lunedì e il cimitero di Bonaria pullula di persone intente a compiere il melanconico pellegrinaggio fra le tombe dei cari estinti. Fra la moltitudine c’è anche un giovane che s’aggira inquieto, con gli occhi infossati, perso nell’aura di mesta poesia che si respira fra i sepolcri. Giuseppe Mereu non ha ancora vent’anni. Da qualche mese si è arruolato volontario nell’arma dei carabinieri e sta per scrivere uno dei suoi componimenti più intensi e tragici, uno di quelli – come raccontava il suo più caro amico, Giovanni Sulis – ricchi di versi “che facevano realmente toccare le corde del dolore”.
Si racconta che Peppino Mereu avesse aperto gli occhi al mondo mentre su Tonara infuriava una bufera e che quella notte, il latrato di un cane, mischiandosi al vento impetuoso, volesse quasi presagire il triste concerto che lo avrebbe accompagnato nel corso della sua breve esistenza. Note dolenti erano state incise di fresco sul pentagramma di quel giovane non ancora ventenne che qualche anno prima, in pochi mesi, aveva perso entrambi i genitori. A questo si aggiungeva l’insoddisfazione per la vita militare, non proprio adatta al suo spirito irrequieto, e le pene del cuore per un amore non corrisposto o finito, che emergeva violentemente mentre procedeva lento fra le mille croci della spoon river cittadina.

Chissà cosa pensava di quelle fosse umili, coperte di muschio e bagnate dalle lacrime o di quei marmi fastosi incisi da epitaffi bugiardi sui quali si piangevano dolori finti. O come reagiva il suo animo a quella abituale parata di gente intenta a portare ceri, fiori, corone fra spose addolorate, bambini con le braccia protese, busti e angeli di pessimo umore: tutte opere d’arte che forse rendevano meno fosca l’idea della morte. Chissà se si fermò davanti alla commovente tomba di Efisino Devoto o su quella di una bambina, morta pochi mesi prima, rappresentata dietro una balaustra, sulla quale sta posato un elegante capello a larghe falde, mentre manda un bacio agli inconsolabili genitori. Non poteva saperlo, ma Maria era la sfortunata figlia di Ranieri Ugo, giornalista, galoppino elettorale coccortiano ed esponente del mondo culturale cagliaritano dell’epoca, che spesso si firmava come Paolo Hardy, al quale, pochi anni dopo, Peppino Mereu avrebbe dedicato dei versi tutt’altro che amorevoli: “Ah cantu ses buffone! Tue sì chi la meritas sa cantone”.
Il tema della morte sarà un tema ricorrente delle liriche dello Scapigliato di Barbagia. Il dottor Nanni Sulis – amico intimo del Mereu al quale il poeta dedicherà la celeberrima ‘Nanneddu Meu’, sosteneva che anche nei versi più scanzonati “emergeva sempre un profondo senso di amarezza e che sotto la maschera ridanciana stillavano gocce di sangue” e che tutta la sua produzione poetica ” era pervasa di una tragicità eschilea che faceva rabbrividire. Ed è ciò che si percepisce nei dolorosi versi di ‘Dae una losa ismentigada‘ (‘Da una tomba dimenticata’) che Peppino scrisse fra le tombe del cimitero quel 2 novembre del 1891, immaginandosi in una visione lugubre, cadavere consumato dai vermi, mentre dalla fossa rivolge in crepuscolari versi una supplica rabbiosa e dolente a colei che non ha più corrisposto i sui sentimenti.
Non sias ingrata, no, para sos passos,
o giovana ch’in vid’app’stimadu.
Lassa sas allegrias e ispassos
e pensa chi so inoghe sepultadu.
Vermes ischivos si sunt fattos rassos
de cuddos ojos chi tantu as miradu.
Para, par’un’istant’, e tene cura
de cust’ismentigada sepoltura.
A ti nd’ammentas, cando chi vivia
passaimis ridend’oras interas?
Como app’una trista cumpagnia
de ossos e de testas cadaveras,
fin’a mortu mi faghet pauria
su tremendu silenzi’ ’e sas osseras.
E tue non ti dignas un’istante
de pensare ch’inogh’as un’amante!
Ben’a’ custas osseras, cun anneos,
si non est falsu su chi mi giuraist,
e pensa chi bi sunt sos ossos meos,
sos ossos de su corpus ch’istimaist;
fattos in pruer, non pius intreos
coment’e cand’a biu l’abbrazzaist.
Non pius agattas sas formas antigas,
ca so pastu de vermes e formigas
Bae, ma cando ses dormind’a lettu
una oghe ti dèt benner in su bentu,
su coro t’at a tremer in su pettu
a’ cussa trista boghe de lamentu
chi t’at a narrer: custu fit s’affettu,
custu fit su solenne juramentu?
Inoghe non ti firmas, lestra passas,
e a’ custa trista rughe non t’abbassas.
Cando passas inoghe pass’umile;
t’imponzat custa pedra su rispettu,
ca so mortu pro te anima vile,
privu de isperanz’e de affettu.
Dae custa fritta losa unu gentile
fiore sega e ponedil’in pettu,
pro ch’ammentes comente t’app’amadu,
già chi tue ti l’as ismentigadu

Traduzione di Marcello Fois dal Libro ‘Peppino Mereu Poesie Complete’ – a cura di Giancarlo Porcu – Il Maestrale : Tascabili Poesia 2004
Non essere ingrata, no, ferma il passo
giovanetta che in vita ho amato molto.
Scordati le risate ed ogni spasso
e pensa che qua sotto son sepolto.
S’è fatto lo schifoso verme grasso
degli occhi che hai mirato nel mio volto.
Un poco fermati e prenditi cura
di questa illacrimata sepoltura.
Ma ti ricordi che quand’ero carne
trascorrevamo ore ed ore ridendo?
Ora di questa compagnia che farne,
tristi resti che vanno disfacendo,
anche ad un morto paura sa darne
dell’ossario il silenzio tremendo.
E tu, no, non ti degni: hai scordato
che c’è qui sotto il tuo innamorato.
A questo ossario giungi ora con pena
se non è falso quel che m’hai giurato
e pensa che qui c’è quella carena
d’ossa dell’uomo che tu tanto hai amato;
in cenere, non più materia piena
come quando da vivo l’hai abbracciato.
Non puoi toccare più le forme antiche
ché son pasto di vermi e di formiche.
Vai, ma quando ti addormenti, a letto
che ti raggiunga dal vento una voce
che ti faccia tremare il cuore nel petto
con il suo triste lamento feroce
e che sospiri: era questo l’affetto?
Che giuramento solenne e precoce!
Qui non ti fermi, ma acceleri il passo
neanche ti segni alla croce sul sasso.
Quando passi di qui china la testa;
porta rispetto a questa sepoltura,
è colpa tua se niente di me resta,
né affetto né speranza, anima dura.
Da questa tomba gelida una mesta
rosa raccogli, e che ti sia misura,
puntata al petto, di quanto t’ha amato
colui che ormai tu hai dimenticato.
Oggi questa poesia sulla morte, degna di Foscolo e Baudelaire, compie 130 anni, nella stessa infausta data che molti anni dopo, nel 1975, attraverso la mano infame degli assassini toglierà la vita a un altro grande poeta, Pier Paolo Pasolini.
Peppino Mereu, dopo tanta sofferenza, morirà a Tonara, fra le braccia di Nanni Sulis, nel 1901.










