Accadde tutto nel marzo del 1902, quando la città, in preda alla più viva delle agitazioni, commentava la sentenza del tribunale di via Corte d’Appello e si divideva fra coloro che la reputavano esagerata e fra quanti l’assecondavano totalmente. Un giovane studente di legge e una ragazza appartenente a una delle più importanti e facoltose famiglie cittadine, furono i protagonisti di questa vicenda che da un lato provocò parecchio clamore e dall’altro cambiò il corso della giurisprudenza italiana in materia di violenza sulle donne. Un tema ancora oggi di scottante attualità che però, per i canoni dell’onore e per la moralità dell’epoca, ebbe un quanto mai inaspettato epilogo.
Era la tarda sera del 18 marzo 1902 quando il tribunale della Corte d’Assise di Cagliari presieduto dal giudice Andrea Sannavia Lay, in un’aula affollata e agitata al punto da costringere il presidente a ordinarne lo sgombero, si apprestava a sentenziare su un fattaccio occorso la mattina del 2 marzo. Il Pubblico ministero Antonio Zonchello aveva chiesto al giurì 15 mesi di reclusione per l’imputato difeso dagli avvocati Efisio Sanjust e Celestino Loi. Ma chi era costui e di quale colpa era stato accusato? La cittadinanza lo sapeva bene il suo nome, come conoscevano quello della vittima denunziante, ma la stampa si guardò bene dal fare nomi e cognomi. Il perché è di facile intuizione. Colui che sedeva sul banco degli imputati, con l’accusa di aver con la forza leso l’onore e la reputazione della vittima, era un giovane studente che appartenente a una famiglia nota e “rispettata”; ma soprattutto, la vittima, una giovane donna, era figlia di uno degli uomini più facoltosi e potenti della città di Cagliari.
L’accusato si chiamava Carlo Canibus, un giovane venticinquenne che lavorava all’ufficio postale e contemporaneamente studiava legge all’università, che era stato querelato per aver abbracciato e baciato pubblicamente la denunziante senza il suo consenso e con l’utilizzo della forza, una volta ottenuto il suo diniego. La vittima era Vittorina Nobilioni, una ragazza di 22 anni figlia del Cavaliere e Grande ufficiale della corona Francesco, protagonista della vita politica, economica e civile della Cagliari dell’epoca: imprenditore, assessore provinciale e comunale durante il lungo sindacato di Ottone Baccaredda e futuro sindaco fra il 1910 e il 1911; presidente della Camera di Commercio, viceconsole di Uruguay e Nicaragua, presidente e fondatore di diversi istituti previdenziali cittadini vicini alla chiesa e dell’Ospedale Civile. Un personaggio complesso, con uno spiccato senso per gli affari e la finanza, capace di barcamenarsi fra il cattolicesimo laico e il collateralismo massonico, che, assieme alla moglie Nunziata Randaccio, spinse la figlia a esporre querela nei confronti del Canibus, fino a poco tempo prima suo fidanzato, ma scaricato in seguito alle pressioni della famiglia che non lo reputava di un livello degno del prestigioso casato, nomen omen, Nobilioni.

Il fatto
In seguito al disappunto di casa Nobilioni-Randaccio, Carlo e Vittorina non si frequentavano più. A nulla erano servite le accorate suppliche del Canibus che, come recitano gli atti: “rimase ancora avvinto ai prestigi della signorina, e continuò ad amarla e a passeggiare sotto il suo balcone, a tenerle dietro per la strada. Per consiglio dei suoi amici pietosi delle sue sofferenze, cerco distrarsi e rivolgere i suoi pensieri ad altre fanciulle; ma invano e sino al momento del fatto, nonostante sapesse delle nuove relazioni della signorina, continuò a farle omaggio della sua passione con ardenti lettere d’amore, di cui non si sa, ma si può indovinare, il destino”. Uno stalker in pian regola, diremmo oggi.
Il 2 marzo del 1902 era una domenica mattina. Vittorina, in compagnia di una ragazza che prestava servizio per la sua famiglia, uscì dalla chiesa di San Francesco da Paola di via Roma e si avviò verso casa. Una volta raggiunta la via Porcile la giovane donna si sentì afferrare e in un baleno si trovò stretta dalla morsa del suo ex fidanzato che la baciò con “voluttà” e violenza per poi dileguarsi davanti allo sconcerto della vittima, della cameriera e di Efisio Ulbus e Antonio Piras, due passanti che assistettero alla scena.
Vittorina, una volta ripresasi dallo stupore, tornò a casa e raccontò tutto ai genitori. La famiglia decise di esporre subito querela per mezzo dei suoi legali Luigi Congiu e Ignazio Macis, mentre il Canibus, resosi conto della malefatta, cercò disperatamente un incontro, facendo letteralmente il giro delle sette chiese presso i parenti della ragazza, per sistemare il misfatto, ma venne respinto ad ogni uscio. Anche un successivo appello tramite padre Edoardo Balestrino, cappellano delle carceri giudiziarie, non ebbe miglior fortuna. Al Canibus non rimase che confidare nella perizia psichiatrica redata da Luigi Roncoroni, direttore della Clinica delle malattie nervose e mentali, che la difesa presentò in sede dibattimentale, e che sosteneva che il giovane studente non poteva rispondere penalmente del suo atto in quanto commesso “in istato di impulsiva pazzia che aveva tolto all’autore la libertà dei propri atti”.

La condanna per “oltraggio al pudore e esaltamento passionale”
Tutto inutile. Il tribunale in quella sera del 18 marzo condannò l’imputato Carlo Canibus a sei mesi di reclusione, nove in meno da quelli richiesti dal pubblico ministero, per violazione degli articoli 338 e 47 del codice penale che regolavano allora l’oltraggio al pudore e l’esaltamento passionale.
In poche ore la notizia fece il giro d’Italia. Nessuno fino ad allora, nonostante alcuni pronunciamenti in materia da parte della Corte di Cassazione, era stato mai condannato penalmente per un bacio. La sentenza costituì un precedente al quale fecero riferimento diverse condanne successive riguardanti la stessa tipologia di reato almeno fino alla metà degli anni Trenta. In sostanza sosteneva che : “Il Canibus baciava la signorina Nobilioni dopo averla attesa, pedinata, e dopo esserle slanciato di dietro, per modo che dessa non potesse prevenire il bacio e sottrarvisi; quindi per il pubblico che poteva essere spettatore, quel bacio non poteva apparire ispirato ad alcun legittimo e onesto rapporto con la signorina, ma rappresentava solo un impuro sfogo dei sensi, offendendo perciò il suo senso pudico; forse l’atto vigliacco del Canibus, di baciare a forza un’onorata fanciulla che andava per la sua via, potea destare in ogni animo bennato un sentimento d’indignazione; ma compagna era sempre l’offesa al sentimento del pudore. Poteva il sentimento dell’indignazione vibrare più forte dell’offesa al sentimento del pudore; ma questa non potea scomparire. L’offesa del pudore è necessaria conseguenza dell’impudicizia dell’atto. Il Canibus poi baciava la signorina Nobilioni, non legittimamente e per onesta causa, ma per farle uno sfregio e assicurarla così a se per un desiderato matrimonio; quindi, avendo egli illegittimamente e deliberatamente dato quel pubblico bacio, anche l’offesa al pubblico pudore, che in esso si concretava, fu da lui voluta”.
Il verdetto venne accolto da quasi tutti con sorpresa e ilarità. Un articolo de ‘L’Illustrazione Italiana’ commentava: “In Italia assistiamo al paradosso giuridico di veder condannato il reo del più lieve e del più dolce peccato, mentre si lodano e si assolvono i colpevoli di un assassinio”. E che no, la notizia non era un pesce d’aprile, come sospettavano gli ingenui Cicco e Cola. “Se non a un proverbio dell’on Martini, il caso di Cagliari potrebbe fornir pretesto a una farsa con questo titolo: Un bacio dato non è mai perduto.. perché purtroppo conduce in prigione”.
Un epilogo inaspettato
Chissà cosa avrebbe pensato e scritto il gioviale corrispondente se avesse saputo l’epilogo di questa vicenda, ma sarebbe stato bello osservare la sua reazione nell’apprendere che la signorina Vittorina Nobilioni e l’oramai avvocato Carlo Canibus convolarono a nozze nel febbraio 1906. Non sappiamo cosa accadde e forse non lo sapremo mai, in questa storia figlia d’altri tempi e che ne denota costumi e contraddizioni, se non che il signor Canibus dopo essersi sudato una laurea, ottenuta al terzo tentativo dopo il respingimento di due tesi e quasi con il minimo sindacale, non farà carriera forense ma troverà già nel 1907 un comodo impiego continentale presso il Ministero delle Comunicazioni. Di Vittorina Nobiloni sappiamo ancora meno, se non che si è spenta a Cagliari nel 1974, nella casa di risposo di viale Fra Ignazio da Laconi, un tempo chiamata Via degli Ospizi. la stessa dove il padre Francesco aveva fondato e presieduto per diversi anni l’istituto dei Ciechi.










