Ricordo bene quando vidi per la prima volta Bjork, avevo solo 14 anni e fu, onestamente, uno dei peggiori modi per conoscerla, grazie a quel carrozzone mediatico del Festivalbar, lo ricordo bene, era il 1994. Eppure a ben pensarci ci fu del coraggio in quel palinsesto che ora non vedrei in nessuna odierna trasmissione generalista.
Sia chiaro, quel 1994 fu un punto zero per me ma non certo per il genio dei ghiacci, il cui primo album ‘Bjork’ è datato 1977, che ha poi militato nelle band ‘KUKL’ e ‘Sugarcubes’ e che è poi tornata solista incastrando, lustro dopo lustro, dieci album ognuno caratterizzato da identità proprie, separate, inidentificabili con altri artisti, generi.
Ed è così anche per ‘Fossora’, ultima opera appena uscita sotto ’One Little Independent Records’ in cui l’artista islandese torna sulla terra, dopo il precedente viaggio raccontato in ‘Utopia’, per quello che risulta essere il suo disco più oscuro, introspettivo, in cui la forma canzone si vede totalmente destrutturata, immersa nei vocalizzi, nei fiati, nelle aggressioni da rave – leggasi la collaborazione con ’Kaimyn’ – , un album totalmente registrato in Islanda in cui, forse, di fronte alla maledetta realtà, l’unico rifugio è il tema della famiglia – ‘Her Mother’s House’ –
‘Fossora’ è un disco ostico, da consumare prevalentemente di notte, al buio. È un album che non concede respiro, difficile, pessimista e cupo, da studiare nelle sue soluzioni tecniche soprattutto per la loro varietà e poi per la resa finale: un amalgama, un vero magma esternamente gelido ma interamente sulfureo e impetuoso.
Non mi sento di considerare canzoni da preferire, non sento nemmeno la voglia di estrarre singoli, è un lavoro che si ama o si odia ma che non può passare inosservato, che deve essere fruito nella sua interezza, compresa quindi la meravigliosa parte video già descritta (qui) da Valeria Martini.
‘Fossora’ è l’ennesismo, personale, indecifrabile, capolavoro di ’Bjork’.
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