Ho iniziato a pensarci già dalla fine del 2021 a una versione leggermente diversa di Alfabeto Interno che per ben due edizioni si è squadernato lettera per lettera e parola per parola. Questa terza edizione fa perno su una lettera, estratta dall’alfabeto: la P. E questa è la P di paura, tema che cercherò di affrontare da più direzioni.
La paura è un’emozione fondamentale, accompagna le nostre vite da sempre, ancora da prima che potessimo comprendere che proprio quella cosa che stavamo vivendo fosse paura. È dentro la nostra carne, il sottofondo di molte esperienze che facciamo. Proviamo paura per una miriade di evenienze che costituiscono l’oggetto della paura, perché, infatti, la paura ha sempre un oggetto. Non è possibile avere paura di qualcosa di indefinito, se così fosse, sarebbe più appropriato parlare di angoscia.
Intendo, mese dopo mese, scrivere proprio di queste paure, ma oggi sono qui a parlarne presentando i suoi tratti generali e comuni a tutta l’umanità.
La paura ha una sua base biologica e filogenetica. Quando le nostre coscienze erano molto più addormentate di quanto non lo siano adesso, milioni e milioni di anni fa, e noi eravamo dei corpi che si aggiravano inconsapevoli sulla superficie della terra, abbiamo dovuto imparare tutto, o quasi, attraverso la paura. Le esperienze di scoperta del mondo circostante e del nostro stesso funzionamento, erano accompagnate da dolore, dolore che si ripeteva fino a che non si era in grado di fare collegamenti, di capire che una certa forma significava puntura, lacerazione o taglio se una parte della nostra pelle vi ci si sfregava o appoggiava sopra con pressione variabile. Abbiamo imparato che alcune luci nel cielo annunciavano eventi pericolosi, e che quel forte e istantaneo bagliore carico di potenza poteva incenerire un albero, o provocare un incendio, che la cosa che faceva bruciare era il fuoco e che con esso sentivamo dolore. Era necessario averne paura, ricordare e sentire che quella stretta alla gola e le gambe che tremano erano segno di pericolo. La paura di ripetere quelle esperienze, la paura di quelle cose, la paura di non saper come fare, di non saper gestire e controllare ci è entrata nel profondo, anche se nel mentre abbiamo imparato molte cose. La paura di ciò che ancora non conoscevamo, paura del nuovo, tanto indispensabile per progredire, per evolverci.
La paura come emozione primaria è da subito entrata nel nostro cervello antico, tra le prime emozioni processate dalle strutture sottocorticali che formano il sistema limbico. La neurobiologia ci spiega che questo sistema, che è stato il primo nucleo di codifica delle esperienze ai primordi della specie, è ancora presente e attivo nel nostro cervello ed è formato da alcune strutture dai nomi evocativi come talamo, ipotalamo, amigdala, ippocampo, corpi mammillari ed altri. Qui troviamo le basi biologiche dell’emotività. Ed è qui che vengono elaborati i comportamenti correlati con la sopravvivenza della specie. Non è un caso che in questo sistema vi si trovino quelle strutture coinvolte nei processi di memorizzazione. Senza la possibilità di memorizzare l’esperienza di paura, non è possibile comprendere il mondo, ogni volta si dovrebbe ricominciare da capo, sempre con le stesse esperienze, dolori e paure. Invece, grazie ai processi di memorizzazione, si sono stratificati in noi millenni di esperienze dolorose, ma anche piacevoli, ben inteso.
Qui però cerco di dare conto del mostro antico che ci accompagna da sempre e che, se da un lato ha svolto la funzione di tenerci lontano dai guai, oggi invece la paura ci fa finire nei guai.
Fermo restando che una paura di base deve restare, quella sensata che ti avverte che se attraversi la strada proprio mentre sta passando un tir c’è l’elevata probabilità di morire, per il resto oggi abbiamo paura per via dell’ignoranza. Non sappiamo e temiamo, ascoltiamo resoconti superficiali e ci facciamo impressionare negativamente.
La paura era legata alla sopravvivenza biologica. Oggi, nei paesi favoriti da economie fiorenti e benessere generale, si deve fare attenzione per lo più alla sopravvivenza psichica in un mondo disforico e disorientante nel quale, proprio mentre scrivo, una nuova guerra è iniziata alle porta di casa nostra. Fa paura anche il mondo fasullo dei social le cui immagini modificate ci restituiscono un irreale e irraggiungibile ideale con cui confrontarci.
Le paure della modernità non sono più quelle di tenere cara la pelle, anche se sta tornando in auge quella anacronistica di morire a causa di un conflitto molto minaccioso. Le paure della modernità sono quelle di soccombere psichicamente.Oggi forse pesa di meno la morte fisica che una vita fatta di sofferenza emotiva e percezione di inaccessibilità ai piaceri e alle bellezze.Di alcune di queste darò conto nei prossimi articoli di Alfabeto Interno.










