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Black Friday, Vestiaire Collective cancella dalla sua piattaforma 30 marchi del fast fashion

Di Alice Tolu
25/11/2023
in Ambiente, Comunicazione e società, Moda
Tempo di lettura: 3 minuti
Black Friday, Vestiaire Collective cancella dalla sua piattaforma 30 marchi del fast fashion

Quant’è nera la moda se svende e incita al consumo del già visto. Di estetica e altri lidi non si parla, qui il nero è un chiaro messaggio di discontinuità nella lotta a favore della sostenibilità della moda. Il Black Friday era in origine l’ultimo venerdì di novembre che prevedeva una giornata di sconti cospicui per chi, lungimirante, si fosse già introdotto nello spirito dei regali natalizi. Oggi, seguendo la scia commerciale del natale, la giornata si è trasformata nella settimana e per alcuni un black friday perpetuo e non funziona più la truce comunicazione dello spendere poco pur di comprare. Se da una parte si incita al consumo, dall’altra c’è un mondo che non consuma, per mancanza d’interesse e non solo di disponibilità economica. Ecco perchè gli sconti selvaggi non funzionano più: se si continua ad abbassare il prezzo di ciò che è già scontato alla base, privo di qualsiasi interessante cenno di novità o di ricerca, diventa totalmente insensato l’acquisto.

Vestiaire Collective e la protesta contro il fast fashion

Vestiaire Collective è una piattaforma e-commerce per la compravendita di abbigliamento e accessori di seconda mano o preloved, termine tecnico attuale. È In continua crescita per via dei prezzi realmente convenienti a favore dell’acquisto sostenibile, perchè si sa che acquistando un capo o accessorio già prodotto contribuisci ad una certa circolarità della moda che non si basa sugli sprechi delle attuali sovvraproduzioni contemporanee. L’azione concreta di Vestiaire Collective è quella di eliminare dalla sua piattaforma di vendita tutti i marchi noti e meno noti del fast fashion e lo fa durante il periodo del black friday promuovendo un settore del suo sito che si chiama Better Friday per rimarcare lo sconto perpetuo che viene applicato sul preloved. In generale, i negozi che trattano l’usato non comunicano uno sconto su un capo che per sua natura, essendo di seconda mano, ha un costo favorevole fin dal principio.

Quindi, come si può parlare di sostenibilità se comunque si incita al consumo irrefrenabile? Vestiaire Collective e molta altra moda si ribella al fast fashion, per i validi motivi di cui abbiamo già parlato qui e più recentemente qui, per raccontare eventi che si sono occupati di educazione alla sostenibilità. Ma il fast fashion sembra essere l’unico nemico identificabile che sintetizza il decalogo del male: l’eccesso di produzione, la scarsa qualità del materiale, l’ingiustizia sociale dei lavoratori, il tutto a basso costo, senza considerare che la mentalità del settore moda persiste nel non cambiare. La spinta all’acquisto è inevitabilmente all’apice di ogni campagna pubblicitaria, sia della piattaforma in questione che di molti marchi che si millantano sostenibili. Senza entrare troppo nel merito, si nota subito che non esiste una reale volontà dei colossi della moda, che sia nuova o preloved, di modificare un intero sistema di consumo, perchè per essere realmente sostenibili non si dovrebbe incitare all’acquisto spasmodico. Non è abbattere il presunto nemico che salverà la qualità del vestire e forse dell’ essere, come sta succedendo ora in una guerra che suona come una propaganda, tra il preloved e il fast fashion. Non è una lotta tra due fazioni, è molto più complesso e riguarda le identità differenti del singolo e di molteplici comunità. Per quanto, ogni volta che il tema si fa sfaccettato, si cerchino solo due concorrenti nello scontro, con la volontà di semplificare più che di informare.

Comprare meglio è il messaggio e non è l’unico

La questione non si basa unicamente sul frenare il consumo, altrimenti la società come la conosciamo potrebbe ritrovarsi in caduta libera. Ad esempio, si può cambiare il modo di comprare imparando meglio a distinguere i nostri gusti personali, sembra un paradosso se legato a una maglietta, ma lavorare su se stessi aiuta a ripristinare una giustizia sociale più equa, inclusa quella ambientale ed economica. Ribellarsi insomma, diventare esseri umani consapevoli e non perfetti ingranaggi da oleare con il senso di colpa sul “brutto e cattivo” capo da acquistare o non acquistare affatto. A quel punto diventerebbe inutile che l’attuale sistema economico cerchi di uniformare e scontare gli stili di vita, la mano d’opera e tutto ciò che è canalizzabile in un poco nobile algoritmo: diventiamo sostenibili anche nei confronti di noi stessi, se non altro per avere un armadio più facile da aprire ogni mattina.

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